La Zecca di Parma

Antonio Pizzi


Indice

Dalla fondazione di Parma sino esclusivamente alla sua ubbidienza ai Visconti.

CAPO I

Dello Stato di Parma prima che avesse Zecca e Moneta sua propria.

§. 1. Parma fondata, come narra Tito Livio, nell'anno 570 di Roma e 183 innanzi alla nascita di Gesù Cristo, da una Colonia di Romani, divenne ben presto per la bellezza del cielo, fecondità del terreno e industria degli abitanti, ricchissima. Le colline messe unicamente a paschi alimentavano numerosissimi greggi, le cui lane crebbero in tanto grido, che, al dir di Marziale, dopo quelle di Puglia riportavano tra le italiche il primo vanto1.1 Laonde gran commercio di esse faceano i nostri, sia greggie in natura, sia tinte in ardentissima porpora da' nostri purpurarj, sia lavorate finissimamente da' nostri lanajuoli. La dovizia pertanto della nostra città era giunta a tal segno nel Secolo VI dell'era volgare, che i Greci venuti sotto la condotta di Belisario a purgare l'Italia dalle barbarie de' Goti, le mutarono il nome di Parma in quello di Crisopoli, cioè città d'oro.

§. 2. Parma però in mezzo a tante ricchezze non ebbe per molti secoli moneta propria, e si servì, prima della moneta romana, poi di quella che usciva dalle zecche di Ravenna, Trevigi, Milano, Pavia, Lucca e Pisa. Qual sorta di moneta, dopo la romana, fosse quella, di cui abbiam detta abbondantissima la nostra città, ci viene indicata da molte antiche carte, in cui si nominano la lira, il soldo e il denaro.

La lira non era una moneta coniata, ma ideale, corrispondente al valore di una libbra di puro argento.

Il soldo parimente era moneta ideale, equivalente alla ventesima parte della lira.

Il denaro era verace moneta coniata, che voleva la dodicesima parte del soldo, e la dugenquarantesima della lira.

Se vi fossero altre specie di monete, questionano gli eruditi. In qualche luogo s'accenna l'oro, ma non si sa se fosse coniato. Pare che i bisogni del commercio richiedessero anche piccole monete pe' minuti contratti; ma finora malgrado degli scavi di tanti anni e in tanti luoghi non se n'é trovata una sola, che appaghi la curiosità dei dotti e decida la lite. Questo è lo stato della nostra città dalla sua fondazione sino a tutto il secolo X.

CAPO II

Della Zecca di Parma sotto gli Imperatori.

§. 3. L'epoca vera dell'aprimento della zecca in Parma è controversa dagli intelligenti. Il celebre Muratori pubblicò una moneta da lui veduta ed esaminata che, se esiste ancora, è la più antica delle conosciute che vadano sotto il nome di Parma. Essa è segnata nel diritto colla in mezzo e intorno CONRADVS AVGVS. e nel rovescio colla città distinta da tre torri in mezzo e intorno CIVITAS PARMA (V. Tav. I, n.o 1.) In qual tempo Corrado I concedesse ai Parmigiani il privilegio di battere monete non è ben chiaro. Certo non nel 1027, come porta un Diploma trovato nelle carte dell'ab. Paolo Luigi Gozzi parmigiano; mentre 1.o la data di esso diploma è in Parma, e l'Imperatore non fu in quell'anno nella nostra città; 2.o la concessione è fatta a' Parmigiani, e dovrebbe essere stata fatta al Vescovo, il quale dal medesimo Cesare era stato investito del dominio della città e del suo distretto. Più probabile è che ciò avvenisse nel 1037, allorché Corrado portossi in Italia per pacificare i tumulti di Lombardia, e fu in Parma nelle feste del Santo Natale. Ma una fazione nata fra i Tedeschi e i Parmigiani nella notte stessa di Natale colla morte di alcune persone del seguito dell'Imperatore, per cui egli s'accese di tanta ira, che fece ardere gran parte della città, rende assai dubbia la detta concessione. È a dirsi adunque per non fare ingiuria all'onestà e sagacità del Muratori, che l'Imperatore concedesse, forse da Milano, in voce al Vescovo il privilegio; che prima della sua venuta fra noi se ne facessero qui i preparativi; e che intanto se ne tirasse qualche pruova prima del fiero avvenimento, il quale eccitò quel monarca contro di noi a tanta vendetta.

§. 4. Su questa moneta puossi notare: 1.o La croce che vi è figurata sopra una targa. Questa Croce fu la prima arme, che alzarono molte città cristiane e specialmente Bologna, Modena, Reggio e Parma, affine d'indicare o d'avere avuto parte nella spedizione della prima Crociata, che Urbano II pubblicò nel 1095 nel Concilio di Chiaramonte, o d'essere di parte Guelfa. Carlo Calvo poi fin dal 864 avea decretato che nel mezzo delle monete si ponesse la Per l'una o per l'altra o per tutte due queste ragioni poté il Vescovo di Parma collocare in questa moneta sotto Corrado I la

2.o L'edifizio, che si mira nel rovescio, con tre torri. Quest'edifizio rappresenta indubitamente la nostra città, che in allora era assai ristretta, e solamente dopo l'incendio di sopra accennato si allargò nella sua circonferenza.

§. 5. Se Parma adunque non ebbe che al più qualche pruova di sua propria moneta, di quali altre si servì ella nei due secoli seguenti XI e XII, sino cioè all'epoca dell'aprimento certo della sua zecca? In un contratto stipulato nel 1027 si nomina il Tarino d'oro, ossia Tarì, moneta di Sicilia vera e reale, non solamente ideale, come credette il Vettori. Negli altri non si citano che monete d'argento e per lo più di Pavia. In questo tempo cominciassi ad accennare moneta minore del denaro; cioè il Ramesino, equivalente al terzo d'un denaro; forse così detto dal rame che entrava nella composizione coll'argento. Nel secolo XII prevalsero le monete di Lucca e Milano, i denari delle quali, perchè più legittimi di quelli delle altre, ebbero nome d'Inforzati; il qual nome d'inforzati ebbero pure quelli che fece coniare l'imperatore Federico I dopo che ebbe assoggettati i Milanesi nel 1162, per la medesima bontà di lega e giustezza di peso. Trovansi di poi nominati i denari Grossi affine che venissero distinti dai denari Terzoli o mezzani, o piccioli, che si battevano come terze parti del denaro Grosso.

§. 6. Se l'aprimento della zecca in Parma è dubbio sotto Corrado I, indubitato sembra quasi due secoli dopo sotto Filippo di Svevia. Certa cosa è che i Parmigiani prestarono ubbidienza a Filippo già dichiarato Re d'Italia e poscia eletto Imperatore; certa cosa è pure che da lui ottennero varj privilegi, tra' quali fu certamente quello di batter monete: del che se non ne abbiamo il diploma che ne faccia fede, fede ne fa un denaro improntato nel diritto FILIPVS all'intorno, e REX in mezzo; e nel rovescio colla figura d'un edifizio in mezzo, e  PARMA all'intorno (V. Tav. I, N.o 2). Un altro argomento conferma che la moneta parmigiana era in corso; che vengono cioè nominati ne' contratti (il che non s'era mai fatto prima) i soldi e denari parmigiani. Bella gloria è anche per Parma, che Bologna e Ferrara volessero in questo tempo pareggiata la loro alla nostra moneta.

§. 7. Due monete somiglianti alla sovrindicata coniarono i Parmigiani, la prima sotto Ottone successore di Filippo nel 1209, con da un lato OTTVS intorno, e REX in mezzo; e dall'altro la medesima figura d'un edifizio in mezzo e PARMA all'intorno: la seconda sotto Federico II Imperatore nel 1220, contenente di sopra FREDRIC intorno, e in mezzo IP.; di sotto l'usato edifizio in mezzo, e intorno PARMA (V. Tav. I, n.o 3, 4). Di quest'ultime monete tre altri conj, oltre al sopraccitato, si ritrovano de' quali, poiché piccola è la differenza, ommetteremo la descrizione, contenti d'averne dato il disegno nella Tav. I sopra i numeri 5, 6, 7.

CAPO III

Della Zecca Parmigiana in tempo di libertà e sotto i varj dominj, a cui assoggettarono la nostra città le Fazioni.

§. 8. Scomunicato che fu Federico II Imperatore dal Pontefice Innocenzio IV, i Parmigiani della fazione Guelfa, capitanati da Ugo Sanvitale entrarono nel Giugno del 1247 in Parma, e, scacciati i Ghibellini, s'impossessarono della somma delle cose. L'Imperatore pose, per riconquistarla, l'assedio a Parma; fabbricò una città di legno a piccola distanza dalle nostre mura, alla quale dalla speranza di vincere i Parmigiani diede il nome di Vittoria, e coniò in essa per pagare l'esercito denari detti Vittorini. Ma i Parmigiani nel Febbrajo del 1248 uscendo tutti uniti fecero tale impeto sopra i nemici, che distrussero coll'incendio l'orgogliosa Vittoria e s'impadronirono del tesoro imperiale. Liberati così dall'assedio, si liberarono anche dalla soggezione all'Impero, e costituirono un governo da sé e indipendente, creando lor Podestà Giberto da Gente.

§. 9. In quest'epoca sentirono le città della Lombardia la necessità d'avere uguaglianza di moneta per la facilitazione del commercio; e convennero fra loro Parma, Piacenza, Tortona, Pavia, Cremona, Brescia e Bergamo di coniare d'ugual peso e bontà le monete, cioè i Grossi, i mezzani e le medaglie:

Il Grosso, che era il soldo, valeva quattro denari imperiali, e dodici piccoli.

Il mezzano era l'ottava parte del Grosso, corrispondente a mezzo denaro imperiale, e ad un denaro e mezzo de' piccoli.

La medaglia era la metà del mezzano, ossia la quarta parte del denaro imperiale.

§. 10. Ma Giberto da Gente nel suo uffizio di Podestà più al proprio che al pubblico vantaggio attendendo, corruppe ogni buon regolamento, anche riguardo alle monete, le quali ridusse e di peso più scarso e di lega men buona; onde tanto danno n'ebbero i Parmigiani da uguagliare, al dir di Fra Salimbene, il valore della quarta parte di tutta la città. Ma poco durò la sua tirannia; perchè nel 1259 i Parmigiani lo sbalzarono di magistrato, e nel 1260 formarono lo statuto per regolare la Zecca. In esso si stabiliva 1.o il luogo; una casa cioè posta presso la Porta di Parma, che era vicino al nostro ponte di mezzo; 2.o la garanzia che si dovea prendere per la fedeltà de' zecchieri; 3.o la pena pei falsificatori; cioè il taglio della mano a chi fosse preso; il bando perpetuo ai contumaci. Delle monete però alterate sotto Giberto da Gente non se n'è trovata finora alcuna. Convien dire che i nostri avessero cura di perderle tutte onde distruggere, per quanto era in loro, la memoria di quella sciagura.

§. 11. Ma, cacciato Giberto, non quietarono tra noi le fazioni, e del continuo correvasi da ogni banda alle armi. Per lo che stanche finalmente di contrasti le Parti giurarono nel 1265 sull'altar maggior della Cattedrale la pace. Così anche la zecca ritornò all'onor suo; giacchè si trovano in quest'epoca nominati, come ottima moneta i Grossi parmigiani.

§. 12. Verso questo tempo successe la discesa in Italia di Carlo d'Angiò, che istituì in Parma nel 1266 la Società dei Crociati a sostegno della Santa Sede e a difesa della Religione. Quasi tutti i Parmigiani a poco a poco si ascrissero a quella sacra milizia. Dal che avvenne che S. Ilario vescovo di Poitiers, il quale era protettore particolare della Società, fu eletto nel 1286 a protettore universale della città. Premesse queste notizie storiche, eccoci alla spiegazione d'una moneta che ha nel diritto l'imagine di S. Ilario.

§. 13. Questa moneta è un Grosso d'argento, foggiato a somiglianza di quello che coniavasi a Milano coll'imagine di S. Ambrogio. Nel mezzo del diritto mirasi un Vescovo assiso in abito pontificale, con mitra in capo, pastorale nella sinistra, e colla destra alzata in atto di dare la benedizione, all'intorno S. ILARIVS: nel mezzo del rovescio una agli angoli di cui si alternano due piccole stelle e due piccoli globetti; all'intorno con tre globetti da una parte e dall'altra, poi DE PARMA. Il suo peso è di 35 grani. (V. Tav. II, n.o 8).

§. 14. Nè solamente i Grossi, ma anche i piccoli parmigiani si trovano ricordati in progresso di tempo. Ma l'avarizia degli uomini a poco a poco andò sempre diminuendo il peso delle monete di maniera che durava l'antico nome, ma non l'antico valore reale. Il che obbligò i Parmigiani a pareggiare la propria coll'altrui moneta. Perciò nel 1302 si coniò 1.o il Grosso del valore di dieci Denari imperiali; 2.o il Denaro effettivo imperiale equivalente a tre piccioli: moneta che per la prima volta fu allora battuta a Parma; 3.o il Denaro picciolo, detto il Parmigiano. Il Grosso finora s'è ascoso alle ricerche degli eruditi.

§. 15. La pace giurata dalle nobili famiglie parmigiane nel 1265 non durò lungo tempo. Il desiderio, che era in tutte vivissimo, di sovrastare, e l'orgoglio intollerabile di voler vendicare ogni più piccola ingiuria, fecero assai presto riaprir quelle ferite, che non erano ancor bene cicatrizzate. Tutti volevano la libertà; ma tutti volevano ancora il comando. Così Parma non sapea per mancanza di vere virtù cittadine nè essere libera, nè vivere soggetta. In queste angustie trovavasi Parma per le fazioni dei Correggeschi, Rossi e Sanvitali, quando venne in Italia nel 1310 Arrigo VII per prendere la Corona di ferro. Fece pertanto quel saggio principe per mezzo de' suoi commissarj invito a tutte le città, acciocchè deponessero le armi, perdonassero le offese, e componessero gli animi alla pace. Giberto da Correggio e il Vescovo nostro Papiriano andarono con gran seguito di gente a Milano a nome del nostro Comune, e sottomisero la nostra città, afflitta dalle fazioni, all'imperio e accettarono per Vicario imperiale Falcone di Pietro d'Enrico di Roma. Fedeli si mantennero i Parmigiani a' giuramenti fatti, e anche dopo la morte di Arrigo seguitarono a tenere il partito Ghibellino. Bell'argomento n'è un denaro, che s'è trovato del peso di 18 grani. Esso ha nel diritto una in mezzo alternata da due globetti, e intorno IMPERATOR; nel rovescio il solito edifizio in mezzo, e intorno DE PARMA (V. Tav. III, n.o 9). Il nome generale d'Imperatore indica che nessuno a que' dì occupava il solio imperiale, e che la città era disposta a seguir le parti di qualunque fosse stato eletto all'imperio.

§. 16. Di questa loro affezione alla parte Ghibellina diedero un'altra testimonianza i Parmigiani nel 1318 nel mezzano che coniaron col solo titolo d'imperatore. I Visconti tentarono, dopo varcato l'Imperio nel 1313, d'avere la Signoria di Parma. Ma essa si tenne salda nella protezione dell'Imperio, e nel 1318, come dicevamo, coniava un mezzano del peso di dieci grani, che nel mezzo del diritto ha un Torello e all'intorno IMPERATOR, e nel rovescio in mezzo e intorno PARMA. (V. Tav. III, n.o 10). Per la prima volta si trova qui nelle nostre monete la figura d'un Torello. Ciò avvenne, perchè Messer Torello da Strada, cittadino di Pavia, eletto nel 1221 e di nuovo nel 1227 a Podestà da' Parmigiani, meritossi così la stima e l'amore di tutti, che il Comune fece scolpire fuori del suo Palazzo in onor di lui un Torello, il quale poi diventò anche arme della Comunità. Così il Torello che si imprimeva nelle insegne, nei sigilli e negli scudi, passò anche nelle monete. Nota però differenza: negli altri luoghi il Torello è saliente, e in questa moneta e nelle altre, che vedremo, è sempre stante su quattro piedi.

§. 17. Ma questo favoreggiare che i Parmigiani faceano il partito Ghibellino, tirò loro addosso i fulmini del Vaticano. Laonde, affine di essere assoluti dalle censure, per opera de' Rossi, convennero di abbandonar le parti dell'Imperio e di seguitar quelle della Chiesa. In questa occasione fu che i nostri si accordarono coi Piacentini per regolare il peso delle monete. Questo peso ebbe nome di Piacentino, e le monete si pesavano a Piacentini, a quarti, a ottavi, a sedicesimi di Piacentino. Bellissima è l'ordinazione che si pubblicò dal nostro Comune rispetto alle monete nel 14 Aprile del 1325.

§. 18. Il legato del Pontefice che reggeva a nome della Santa Sede la nostra città fece coniare una moneta del peso di 17 grani, contenente il valore di tre piccioli parmigiani, equivalente al denaro imperiale. Essa ha da un lato in mezzo un Vescovo in atto di benedire colla destra e tenente nella sinistra una croce, e intorno P. P. IOHES. XXII; e dall'altro in mezzo le chiavi, e intorno S. ECCLE. ROE. (V. Tav. III, n.o 11). Questa moneta così, come è impressa, non sembrerebbe appartenente a Parma; ma che a Parma appartenga, il dichiarano i Frammenti della Cronica Parmigiana pubblicati in Modena l'anno 1777 nel Tomo XII del nuovo Giornale de' Letterati.

§. 19. Parma però non durò lungo tempo sotto il governo Pontificio per l'imprudenza del suo Legato, e prestò ubbidienza, prima a Lodovico il Bavaro, e poi a Giovanni re di Boemia. Sotto il dominio di Giovanni, che venne a Parma nel 2 Marzo 1331, coniaronsi in onore di lui due monete; una del valore d'un denaro imperiale, e l'altra del valore di dodici denari ossia d'un Grosso. Nuove monete si impressero nel 1333, mentre risedeva in Parma il figlio stesso del re a nome del padre; cioè mezzani e piccioli. Conservasi un mezzano del peso di dieci grani, avente da una parte nel mezzo una corona, all'intorno IOANNES R., e dall'altra nel mezzo la , e all'intorno PARMA. (V. Tav. III, n.o 12).

§. 20. Pel ritorno che il Re Giovanni fece in Boemia, i Correggeschi fuorusciti presero animo, e incitando Alberto e Mastino Dalla Scala, Signori di Verona, a ristituirli in Parma, giunsero dopo molte battaglie finalmente nel Giugno del 1335 al compimento del lor desiderio. Ne' cinque anni che gli Scaligeri ebbero il governo di Parma si coniò una moneta d'argento con da un lato un'aquila in mezzo, e intorno posta fra due globetti, poi CIVILTAS, dall'altro in mezzo, e intorno preceduto da tre globetti, poi PARME. (V. Tav. IV, n.o 13).

Nessun manifesto segno dimostra che questa moneta debba ascriversi ai Signori Dalla Scala. Il Zanetti l'attribuisce ai tempi de' Vicarj imperiali, che poco prima governavano la nostra città, mosso a ciò credere dell'uso che ebbero que' Principi di non batter moneta che in Verona. Il Bellini però che fu il primo a pubblicarla, l'assegna agli Scaligeri; e che loro appartenga veracemente, sembra potersi dedurre dall'avere essa l'aquila somigliantissima a quella delle monete di Verona, dette perciò Aquilini Grossi. Notisi per giunta che da quest'epoca cominciossi a dipingere l'aquila per impresa ne' luoghi più notabili della nostra città.

§. 21. Scacciati nel Maggio del 1340 per l'insopportabile lor tirannia gli Scaligeri, si tornò alla libertà, e in questo tempo coniossi probabilmente un mezzano, che nel diritto ha un Torello in mezzo, e intorno preceduta e seguita da una stelletta, poi CIVITAS, e nel rovescio in mezzo, e intorno preceduta e seguita da un globetto, poi PARME. (V. Tav. IV, n.o 14).

CONCLUSIONE

§. 22. A togliere l'inganno del popolo ignorante, che sentendo raccontare essere state vendute e comperate anticamente le terre, case e vettovaglie per pochi denari, invidia quell'età che crede l'età d'oro, metteremo qui il valore delle lire, dei soldi e denari d'allora colla corrispondenza delle presenti nostre monete.

La lira imperiale pesava ai tempi di Carlo Magno una libbra d'argento e corrispondeva circa alle nostre lire vecchie 300 - -
Il soldo imperiale valeva lire vecchie 15 - -
Il denaro venticinque soldi 1 5 -
A poco a poco crebbe il valor de' metalli preziosi, e diminuì l'intrinseco delle monete. Perciò nel 1284 la lira imp. valeva 1. v. 100 - -
Il Soldo 5 - -
Il denaro - 8 4

così di mano, in mano si venne scemando l'intrinseco delle monete sino a chiamarsi lira infine quella che da principio non arrivava al valor d'un solo denaro. Così se per esempio nel 1283 e 1284 il frumento si vendè or sette, or cinque, e in fine tre soldi lo stajo, ognun vede che questi valori corrispondono a lire vecchie 35, 25, 15: prezzi non molto differenti dai prezzi moderni.

Fine del Libro Primo.

 

Dal dominio de' Visconti sino a quello de' Farnesi cioè dall'anno 1346 al 1545.

CAPO I

Inazione della Zecca sotto i Visconti dal 1346 al 1447.

§. 23. La Signoria de' Visconti in Parma, incominciata sotto Luchino nel dì 22 Settembre 1346, quanto giovò a spegnere le fazioni de' Rossi, Correggi, Pallavicini e Sanvitali, e quindi a stabilire la pace universale nella città; altrettanto nocque alla Zecca che si rimase lungo tempo inoperosa. Correvano intanto le monete parmigiane e le milanesi con vario valore; conciossiacchè il fiorino milanese computavasi 32 soldi, e 37 il parmigiano: ma verso il 1361 i valori delle monete sì milanesi che parmigiane, alterati dall'ingordigia de' negozianti, vennero per pubblica ordinazione eguagliati.

§. 24. La debolezza di Giammaria Visconte fece sì che i Rossi ripresero ardite e si ribellarono. Laonde per superarli convenne al Duca concedere tanta potestà ad Ottone Terzi, nobile parmigiano, che per quel mezzo medesimo, con cui volea conservare il dominio di Parma, il venne pressochè a perdere. Infatti il Terzi, uomo intraprendente e bellicoso, domati i Rossi, dominava dispoticamente nel parmigiano, e non contento toglieva a Niccolò d'Este la città di Reggio. Quindi il Duca di Milano si rivolse al Marchese di Ferrara, e, concertato il modo, fece trucidare a tradimento in un congresso a Rubiera nel 1409 il nascente tiranno. Ma, spento uno, ne insorse son per dire un altro: mentre il Marchese Niccolò d'Este, ricuperato Reggio, corse ancora a Parma, e la signoreggiò per tal maniera, che poco o nulla rimanea di dominio al Visconti. Allora fu che presero corso tra noi le monete ferraresi e bolognesi; i Marchesini, soldi battuti sotto il Marchese Niccolò, e i Bolognini.

§. 25. Filippo Maria Visconte, successor di Giammaria, mal soffrendo che l'Estense godesse così la sovranità di Parma, pose ogni cura per ricuperarla, e infatti l'ottenne nel 1421. Condottisi i Legati parmigiani a Milano per riconoscere il nuovo Signore, chiesero fra le molte altre cose, anche il diritto di rimettere in attività la zecca. Ma il Duca non concesse quest'articolo dichiarando, che dovesse nel parmigiano ancora aver corso la moneta milanese. Fu in questo tempo che il Fiorino d'oro cominciò a chiamarsi Ducato dal titolo di Duca, onde era quel Principe decorato.

CAPO II

Stato della Zecca parmigiana in tempo di libertà, sotto gli Sforzeschi e sotto Lodovico XII re di Francia, dal 1447 al 1512.

§. 26. Il governo de' Visconti era divenuto così odioso ai parmigiani, che alla morte di Filippo Maria si gridarono liberi, e vollero reggersi a Repubblica. E fra gli altri argomenti della sovranità popolare riacquistata diedero questo, di riaprire la zecca e coniare monete. E già tutto era pronto per mandare a compimento questo loro disegno, quando le vittorie ogni dì più crescenti di Francesco Sforza sui Veneziani e sui Milanesi fecero piegar l'animo de' novelli repubblicani a mettersi sotto l'ubbidienza di quel principe invitto e ai 6 di Febbrajo del 1449 conchiusero con esso lui gli accordi, tra' quali inserirono pur quello di batter monete d'oro, d'argento e di rame. Ma non rimangono esemplari di monete d'oro e d'argento di quest'epoca; e solo ritrovasene una di mistura, la quale da un lato ha nel campo una , e nel contorno tra le lettere F. S., che equivalgono a Franciscus Sfortia, una biscia, insegna de' Visconti, poi VICE-COMES, altro cognome da lui preso in grazia di Bianca sua moglie, figlia del duca Filippo Maria, e in grazia delle successioni che pretendea a tutti i dominj de' Visconti: dall'altro lato nel mezzo vedesi il busto di S. Ilario e intorno S. ILARIVS D. PARMA. (Vedi Tav. IV, n.o 15.)

In questo tempo il Ducato d'oro milanese, che tra noi era sommamente in corso, per la testa che contenea del Duca, cominciò ad essere chiamato Testone.

§. 27. L'avarizia dannosamente ingegnosa degli uomini costrinse i Duchi Francesco, e Galeazzo Maria suo figliuolo a pubblicare più leggi che regolassero il peso e il valore delle monete, anzi quest'ultimo elesse Gaspare Bernieri nel 1474 a soprantendente perchè impedisse l'abuso, qui più che altrove, introdottosi di falsificare le monete: ma fu tutto indarno per la soverchia cupidità degli uomini e la lentezza dell'esecuzione delle leggi in luoghi remoti dalla capitale.

A Filippo Maria trucidato per le sue tirannie nel 1476 successe il figliuol suo, ancor pupillo d'anni nove, Giangaleazzo, sotto la tutela di Lodovico Sforza, detto il Moro, suo zio. Pare che anche in questi tempi si rinnovassero le leggi sul vero peso delle monete, giacché i presidenti del Comune di Parma supplicarono nel 1492, perchè fosse libero il corso alle monete d'oro, che solo difettassero d'un grano. L'usurpazione, che Lodovico il Moro tentò di fare di tutti gli stati del nipote, trasse lui medesimo in precipizio e la nostra città nella soggezione di Lodovico XII re di Francia.

Grandi alterazioni nacquero in questi tempi di guerre e di partiti nelle monete, e gravissime vessazioni si usarono contro i pacifici cittadini per le monete forestiere. Perciò il valore delle monete d'oro buone andava ogni dì più aumentandosi, e quelle delle lire imperiali vedevasi ognora diminuito.

CAPO III

Delle vicende della zecca sotto Leone Papa X, Francesco I. re di Francia, e Adriano Papa VI. cioè, dall'anno 1512 sino al 1523.

§. 28. Ardeano le cose d'Italia in funestissima guerra, quando il pontefice Giulio II concepì il disegno di scacciare i Francesi d'Italia e d'ampliare i dominj della Sede apostolica. Ben presto si collegarono con lui, chi per un motivo, chi per un altro, Veneziani, Svizzeri, Napoletani, Inglesi e Tedeschi, e ridussero al di là dall'Alpi i Francesi. Intanto adunque che tutto era scompiglio, l'accorto pontefice studiò ogni maniera d'indurre i parmigiani e i piacentini ad abbandonare la causa de' Francesi e a mettersi sotto la signoria e protezione della santa Sede. I parmigiani, veggendo che mal avrebbero sostenuto un partito già vacillante all'urto di tante armi, giurarono ubbidienza al pontefice nel mese di Giugno del 1512 nelle mani del Legato pontificio Matteo cardinale di Sion; indi inviarono ambasciatori a Roma per ottenere varj privilegi, tra' quali quello di riaprire la zecca. Le concessioni del Pontefice furon larghe, ma per la sùbita sua morte, avvenuta nel febbrajo del 1513 non si coniò sotto di lui, benchè il Bellini tenga il contrario, alcuna moneta.

§. 29. Fra la morte di Giulio II e l'elezione di Leone X, cioè dal Febbraio all'Aprile di quest'anno, Massimiliano Sforza, nuovo duca di Milano, tentò di ricuperare Parma, e Piacenza; ma invano, per una sovvenzion che egli volea subitamente esigere di dodici mila ducati d'oro. Salito adunque Leone X sulla sedia di san Pietro richiamò tosto i suoi diritti sulla nostra città, e il Comune potè così dare in affitto la zecca a Gianbattista Giandemaria poi corso di sei anni, ed eleggere a deputato per custodire le chiavi della moneta coniata, affinchè non fosse messa in commercio senza l'approvazione del saggiatore e l'autorità di sei anziani periti, un Francesco de' Ricordati. A questo tempo cominciarono a coniarsi monete col nome di Giulj, perchè battute secondo l'uso di Roma stabilito da Papa Giulio II. I Giulj doppi valevano prima 18 soldi, poi 20 soldi; i semplici prima soldi 9 poi 10.

§. 30. Il Giulio doppio che vedesi nella Tav. IV, n.o 16 viene descritto da Saverio Scilla sotto l'anno 1517; ma appartiene indubitatamente al 1514, giacchè Parma nel detto anno ubbidiva a Francesco I re di Francia. Questo Giulio adunque contiene nel rovescio l'arme di Leone X, cioè il triregno colle chiavi pontificie e lo scudo di casa Medici con sei palle cerulee in campo d'oro, disposte a tre, due, e una; e intorno LEO • X • PONTIFEX MAX., e nel diritto due figure in piedi, rappresentante l'una s. Giovanni Battista, l'altra s. Ilario, e intorno S. IONES • S • ILLARIVS e sotto PARMA, colla data, che secondo ogni buona ragione deve leggersi 1514. S. Giovanni Battista, veneratissimo dai nostri, fu eletto protettore per una vittoria riportata a Ponte Nure il dì della sua festa nel 1216.

§. 31. I tre Giulj semplici che si mirano nella Tav. V, n.o 17, 18 e 19, benchè siano di tre conj differenti, tuttavia hanno fra loro di molta somiglianza. Tutti infatti hanno da un lato il busto del Pontefice e nel mezzo, e all'intorno LEO • X • PONT MAX •, e dall'altro il triregno colle chiavi in mezzo, e all'intorno PARMAE DOMINVS. La differenza più notabile si è che il primo ha la data del 1514, il secondo quella del 1515, il terzo n'è senza.

La piccola moneta posta nella Tav. VI, n.o 20 contenente da una banda il busto d'un santo nel mezzo e intorno SANCTVS ILARIVS, e dall'altra la Croce grande nel mezzo e intorno COMVNITAS PARMAE, è un bagarone. Questa specie di moneta di puro rame cominciò a introdursi nella nostra città sino dall'anno 1507, e quattro d'essi equivalevano ad un quattrino, ed era per ciò la più piccola moneta che si conoscesse. Non si sa da quale zecca ci sia venuta, nè donde traesse il nome, benchè il Macchiavelli in una nota alla storia bolognese del Sigonio per una sua bizzarria lo deduca da Bagaroto, capitano del popolo, che fu il primo a farlo coniare e a metterlo in corso.

§. 32. Salito sul trono di Francia Francesco I ad altro più non pensò che a riacquistare gli stati d'Italia. Discese pertanto con possente esercito dall'Alpi, mise in tanto timore il pontefice Leone X che il condusse non solo a stringere con lui alleanza, ma a cedergli eziandio le città di Parma e Piacenza nell'Ottobre del 1515. In tutto il dominio de' Francesi che durò sino al 1521 rimase inoperosa la nostra zecca, e il valor delle monete forestiere andava sempre più aumentando. Papa Leone che di mala voglia soffriva la perdita di questi stati, collegatosi coll'imperatore Carlo V, ne discacciò i Francesi; ma non potè rallegrarsi lungamente della vittoria, venuto a morte nel dicembre del medesimo anno. I Francesi, intesa la morte del pontefice, ripigliarono coraggio, e ritornarono sotto Parma: ma i nostri, capitanati da Francesco Guicciardini, famoso storico, che vi era governatore per la Sede apostolica, respinsero l'assalto de' Francesi con tanta forza, che gli obbligarono a desistere vergognosamente dall'impresa: fatto memorabile, in cui presero parte tutti i cittadini, e gli stessi ecclesiastici e fino le donne.

§. 33. Succeduto a Leone X nel gennajo del 1522 Adriano VI, non tardarono i parmigiani a mettere in opera la zecca. Data infatti essa zecca in affitto ai fratelli Filippo e Damiano De' Gonzate, valentissimi orefici, si videro uscire anche prima della coronazione del medesimo Papa due Giulj, l'uno differente dall'altro. Distinguesi nel primo da una parte il triregno, le chiavi apostoliche, e lo scudo gentilizio con intorno HADRIANVS ELECT • PONT • M •, e dall'altra i due santi protettori tenenti la bandiera della città con intorno S • JOANNES • S • HILARIVS, e sotto di essi PARMA e sopra il millesimo 1522. (V. Tav. VI, n.o 21.). Scorgesi nel secondo sul diritto il busto del papa e intorno HADRIANVS ELECT • PONT • MAX, e sul rovescio il triregno colle chiavi e lo scudo gentilizio e all'intorno SECVRITAS VRBIS PARME. (V. Tav. VI, n.o 22). Ma venuto l'eletto pontefice da Tortosa in Italia, e, ricevuta la corona in Roma, si pubblicarono altri Giulj. L'uno di essi è quel che nella Tav. VII vedesi sotto il n.o 23. Esso contiene, da un lato nel mezzo il busto del pontefice con intorno HADRIANVS SEXTV • P • MAX •, e dall'altro il triregno. le chiavi collo scudo della famiglia in mezzo e all'intorno • DOMINVS • • PARMAE • Un secondo, che può vedersi nella Tav. VII, n.o 24, ha pochissima differenza dal suddescritto, contenendo da un lato il busto del papa con un ritratto al collo, mentre il busto del Giulio n.o 23 ha uno scudetto liscio, e all'intorno HADRIANVS SEXTUS • P • MAX •, e dall'altro il triregno, le chiavi, lo scudo della famiglia e all'intorno, PARMAE DOMINVS. Un terzo ancora se ne aggiunse, il quale è posto nella Tav. VII, n.o 25. Esso contiene nel diritto il busto del Papa con al collo uno scudetto, entrovi una piccola croce, nel mezzo, e intorno HADRIANVS • VI • PONT MAX • nel rovescio poi il solito triregno colle chiavi e lo stemma gentilizio, e nel contorno SECVRITAS VRBIS PARMA.

§. 24. La vittoria riportata dai parmigiani sui francesi, siccome venne celebrata con ogni maniera di pubbliche feste e istituzioni, così fu tramandata ai posteri anche per mezzo de' metalli coniati. Quindi abbiamo una moneta d'argento, che forse era un mezzo Giulio, nel diritto della quale vedesi mezza l'effigie di s. Ilario colla sinistra adorna del pastorale e colla destra in atto di benedire e sotto di essa le chiavi pontificie, e intorno S. ILARIVS EPS; nel rovescio poi una Vittoria alata in atto di volare con una palma nella sinistra e una corona nella destra; all'intorno il motto CIVES SERVATI, nell'esergo PARMA, nell'alto del campo il millesimo 1522. (V. Tav. VII, n.o 26.)

Trovasene un'altra ancora di mistura, somigliantissima alla precedente, tranne la voce PARMA che manca affatto nel rovescio. (V. Tav. VII, n.o 27). Un'altra se ne rinviene ancora pressochè pari nel conio alla prima, e soltanto si riconosce differente nelle parole del diritto, le quali sono S. ILARIVS EPISCOPVS (V. Tav. VIII, n.o 28). La voce EPISCOPVS qui intera e là abbreviata costituisce la diversità di queste due monete. All'anno 1523 appartiene la seguente piccola moneta d'argento, che forse era un terzo di Giulio. Essa ha nel diritto la Vittoria in mezzo con l'anno 1523 segnato sopra il capo, all'intorno CIVES • SERVATI • PARMA: nel rovescio poi la medesima mezza figura di S. Ilario con sotto le chiavi, e nell'intorno S. ILARIVS EPS. (V. Tav. VIII, n.o 29.)

§. 35. Non contenti i parmigiani d'avere eletto a protettore S. Tommaso, perchè nel giorno a lui consacrato avevano rispinte con tanto valore le armi francesi, vollero ancora mirarne disegnata sulle monete l'effigie a testimonianza maggiore della loro riconoscenza. Serbansi tre monete di argento con conio diverso impresse in quest'occasione. Tutte e tre hanno da un lato un'ara e sopravi il fuoco acceso, e dall'altro il busto di S. Tommaso, che tiene appoggiato sulla spalla diritta un dardo; arma con cui fu martirizzato. La prima però ha nel contorno del rovescio PARMEN. SERVATI e nel contorno del diritto DIVO THOME (V. Tav. VIII,n.o 30): la seconda nel contorno del rovescio PARMEN. SERVATI, come la prima, e nel contorno del diritto SANCTVS THOMAS. (V. Tav. VIII, n.o 31): la terza nell'intorno del rovescio SERVATI CIVES e nell'esergo PARMA; all'intorno poi del diritto DIVO THOME. (V. Tav. IX, n.o 32).

Tre altre piccole monete di lega si trovano, relative alla già tanto celebrata vittoria, che sono probabilmente sesini, quattrini e denarini. Tutte e tre hanno da un lato una donna assisa sur un trofeo militare, con nella destra una Vittorietta, e dall'altro il Triregno colle chiavi pontificie. La differenza si ricava dalle parole dei contorni; conciossiachè la prima ha nel diritto PARMA ECCLESIE, e nel rovescio SERVATI CIVES. (V. Tav. IX, n.o 33); la seconda legge nel diritto AVREA PARMA e nel rovescio RESTITVTA. (V. Tav. IX, n.o 34); la terza finalmente contiene nell'esergo del diritto PARMA, e nel contorno del rovescio RESTITVTA. (V. Tav. IX, n.o 35). Ognun vede che nella donna assisa sopra il trofeo vien figurata la città di Parma; che nella voce AVREA si allude al titolo di Crisopoli, ossia di città d'oro, datole, come abbiam detto nel Libro I, n.o 6, dai Greci per la sua ricchezza; che la parola RESTITVTA accenna l'espulsione de' francesi e il ritorno di lei sotto il dominio della Santa Chiesa.

§. 36. Il contratto de' fratelli Gonzate col Comune di Parma per conto della Zecca fu ritrovato dall'invidia degli altri artefici nullo, sì perchè non s'era stipulato per mezzo del pubblico incanto, sì perchè tenue era la somma dell'onoranza, cioè di sole quindici lire all'anno. I Gonzate perciò rinunciarono, e la zecca venne data in affitto per un quinquennio a Paolo Antonio Ajani parmigiano nel maggio del 1523 col mezzo dell'asta pubblica e coll'aumento della somma che ammontò sino a trecento settanta Otto lire imperiali e soldi otto per ogni anno. Ma perchè l'Ajani, uomo nobile e ricco, non sapea di per sè soprantendere ai lavori della zecca, elesse per direttore a lui subalterno Gianfrancesco Bonzagni parmigiano, perito assai in queste faccende, siccome colui che era in ufizio di saggiatore nella zecca a nome della Comunità. Il Comune pertanto trasferì il carico di saggiatore nella persona di Lodovico di Quinzano.

CAPO IV

Operazioni della Zecca in Sede vacante e sotto il Pontefice Clemente VII. cioè dall'anno 1523 al 1534.

§. 37. Mentre l'Ajani e il Bonzagni s'apparecchiavano a pubblicar monete coll'impronta d'Adriano VI, ecco che questo pontefice venne a morte. Per la qual cosa convenne ai novelli zecchieri cambiare i conj, e metterne in corso in sede vacante. A quest'epoca pare che debba attribuirsi il Giulio che si vede nella Tavola IX, sotto il numero 36. Esso contiene nel diritto le intere figure di S. Giambattista e di Sant'Ilario, tenenti amendue colla destra il vessillo della città, all'intorno S. IOANNES. S. HILARIVS; nell'esergo PARMA: nel rovescio poi, in mezzo, il triregno, le chiavi con uno scudo bianco e all'intorno ECCLESIA ROMANA. Vero è che il Fioravanti riferisce questa moneta alla sede vacante di Leone X, ed altri a quella di Clemente VII; ma non può sussistere l'opinione del primo, giacché per la signoria de' francesi restò allora senza travaglio la nostra zecca; neppur può valere quella dei secondi, mentre una tal vacanza fu sommamente breve. Un'altra moneta che sembra un terzo di Giulio, puossi ascrivere a questi tempi. Essa comprende da un lato una donna assisa sopra un trofeo con una vittorietta nella diritta, nell'esergo PARMA e in cerchio ROMANOR. COLONIA; dall'altro poi mezza l'effigie di Sant'Ilario in atto di benedire colla destra e tenente il pastorale nella sinistra, con intorno S. HILARIVS EPI. (V. Tav. X, n.o 37).

Creato pontefice il Cardinal Giulio de' Medici, che prese il nome di Clemente VII, andarono i nostri oratori a prestargli omaggio e a chiedergli molti capitoli, fra' quali uno risguardante la zecca. Piacque a Sua Santità di concedere quanto addimandavano ai 7 febbrajo 1524, sì veramente che un Commissario apostolico avesse a ridurre la nostra zecca al sistema della zecca di Roma. È molto probabile che a tal dignità venisse innalzato un Jacopo Tagliaférro parmigiano. La prima moneta pertanto che credesi messa in corso in quest'epoca, si è quella che mirasi nella Tav. X sotto il n.o 38. Questa contiene da un lato l'imagine intera della Beata Vergine col Bambino in braccio, intorno il motto SVB TVVM PRESIDIVM, nell'esergo PARMA; dall'altro poi il triregno, le chiavi e lo scudetto gentilizio di casa Medici, all'intorno CLEMENS VII PONTI. MAX. La Beata Vergine è stata posta in questa moneta in argomento di gratitudine per la vittoria, che i nostri riconobbero anche dal suo patrocinio, riportata, come abbiam detto, il dì di S. Tommaso del 1521 sopra i francesi. E quest'immagine appunto è una copia di quella che veneriamo sotto il titolo della Steccata, conciossiacchè nell'aprile del 1521 cominciossi la gran Chiesa ad essa Vergine consacrata, e in quest'anno 1524 andavasi continuamente innalzando, finchè poi giunse al suo compimento nel 1539. Lo Scilla credette questa moneta per uno Scudo d'oro; ma, se avesse riflettuto che solo nel 1530 si principiò in Italia a battere di tali scudi d'oro, l'avrebbe giudicata, come è assai probabilmente, un Ducato d'oro, conforme nella bontà e nel peso ai larghi di Roma.

§. 38. Pressochè somigliante al ducato di sopra descritto è un mezzo Giulio, come si può vedere nella Tav. X, n.o 39. Le differenze consistono in questo, che il presente ha da un lato l'imagine di Maria Santissima seduta, una linea sola per indicare l'esergo, la parola TVVM più larga di spazi a ciascuna lettera, e l'Æ nella voce praesidium; dall'altro lato le parole Clemens comincia a sinistra dello scudetto a basso, il numero VII è diviso all'alto dal triregno; così V, corona del triregno, poi II; il vocabolo pontifex è accorciato in PONT. Il mezzo Giulio, che è nella Tav. X., n.o 40, ha pur esso nel campo del diritto la B. V. seduta con intorno SVB TVVM PRÆSIDIVM, ma nell'esergo contiene le chiavi di santa chiesa a modo di croce; nel campo del rovescio poi una donna armata d'elmo, scudo e lancia con intorno ECCE FIDES; e nell'esergo PARMA. L'altra moneta posta nella Tav. XI, n.o 41 è in tutto somigliante alla precedente, salvo che mancano nel contorno del rovescio le parole ECCE FIDES. Quantunque in queste ultime due monete d'argento non si trovi il nome del pontefice, sotto cui furono battute, tuttavia sembra che indubitatamente debbano ascriversi a' tempi di papa Clemente VII. Il Giulio, che scorgesi nella Tav. XI al n.o 42, contiene nel campo del diritto il busto del papa con intorno CLEMENS. VII PONT. MAX.; nel rovescio poi ha, in mezzo, il triregno, le chiavi di santa chiesa e lo scudo di casa Medici, nel quale mirasi diversa la distribuzione delle sei palle, la prima in alto azzurra con tre gigli di Francia; privilegio, che ottenne Piero, figlio di Lorenzo il magnifico, dal re Luigi XI; le altre cinque rosse, a due, due e una; finalmente all'intorno leggesi PARMAE DOMINVS.

§. 39. Bellissimo è il Giulio doppio che sta nella Tav. XI al n.o 43. Esso comprende da un lato l'effigie di M. V. incoronata dal divin suo Figliuolo, ambedue assisi; a diritta della linea dell'esergo vedesi l'arma del legato apostolico, che era a que' dì il cardinal Giovanni Salviati, a sinistra quella del nostro Comune; nell'esergo PARMA; all'intorno VERA REDEMPTIO. FIDA PROTECTIO: dall'altro lato poi il triregno, le chiavi e lo scudo gentilizio del papa. Due novità presenta questa moneta: una, che ha impressa la Vergine santa nell'atto di ricevere dal Figliuol suo la corona della gloria, per essere sotto questo titolo la protettrice primaria della nostra città; l'altra, che contiene gli stemmi particolari sì del legato e sì del Comune, come fu conceduto nei capitoli da questo medesimo papa alla nostra città nel febbrajo del 1524. Nella Tav. XII sotto il n.o 44 vedesi un Giulio doppio affatto pari al descritto di sopra, salvo che nell'esergo sotto la voce Parma v'ha il millesimo 1526. La moneta collocata nella Tav. XII al n.o 45 è un Giulio semplice, e comprende nel diritto il busto del papa, all'intorno CLEMENS. VII PONTI. MAX.; nel rovescio poi ha il triregno, le chiavi, lo scudo gentilizio di casa Medici grande, e i due piccoli di casa Salviati e del nostro Comune, con intorno PARMAE DOMINVS. L'ultimo Giulio, che trovisi coniato in Parma sotto il presente pontefice è quello che si vede nella Tav. XII sotto il n.o 46. Contiene da un lato le figure dei santi, Ilario, vestito in pontificale, senza mitra, col pastorale nella mano, e Giovanni Battista; all'intorno S. HILARIVS, S. IOANNES; nell'esergo PARMA; dall'altro lato il triregno, le chiavi, lo stemma grande dei Medici e i due piccoli del Salviati e della Comunità, e intorno CLEMENS. VII. PON. MAX.

§. 40. Le orribili vicende politiche di papa Clemente VII obbligarono i parmigiani a pagare una somma di tredici mila scudi d'oro; il qual fatto rendè così povero allora il nostro stato, che lo scudo d'oro, il quale prima si valutava lire cinque e soldi quindici, crebbe sino al prezzo di lire sei e soldi cinque. L'avarizia e le durezze, con cui l'esattore Canina riscuoteva tal somma, accese così gli animi de' cittadini, che gli diedero in un pubblico tumulto la morte.

CAPO V

Sistemi monetarj in Parma sotto Paolo papa III cioè dall'anno 1534 al 1545.

§. 41. Molta consolazione provarono i parmigiani in sentir succedere a Clemente VII il cardinale Alessandro Farnese col nome di Paolo III, giacchè egli avea fin dal 1509 amministrata con somma lode la nostra chiesa. Per mezzo adunque degli oratori, che andarono a giurargli ubbidienza, ottennero di poter battere Scudi d'oro, secondo l'uso di Bologna. Ma quando si venne a' fatti, pare dai capitoli preparati pe' nuovi zecchieri, che si stesse al costume di Roma. Vedesi infatti che il Giulio, il quale sotto papa Leone X batteasi del valore di soldi nove, di poi salì ai dieci, or qui è portato a dieci e mezzo, senza che in bontà di pasta avesse guadagnato. Anche il Ducato d'oro, era cresciuto sino a undici Giulj e talor più, cioè lire cinque, soldi quindici e denari sei, mentre Clemente VII avea condisceso che si pagasse a ragione di Giulj dieci e quattrini dieci, cioè lire cinque, soldi due e denari sei. Queste alterazioni fecero sì che i nostri ricorressero al papa; ma il papa stette fermo nel voler che si pagasse il censo col valor delle tariffe. Perciò a togliersi i nostri da tal vessazione richiesero alla camera apostolica il lor credito di tredici mila scudi d'oro, dati in prestito per la liberazione di Clemente VII. Il pontefice o non potendo o non volendo soddisfare a' parmigiani nella loro dimanda, concedette che per l'avvenire si esigessero le contribuzioni a ducati d'oro in ragione di lire cinque e denari sei della moneta di Parma; si condonasse quella somma, che la camera pretendeva per certe imposte; sì veramente però che essi desistessero dalla loro inchiesta dei tredici mila scudi. Ognun vede che per questo accordo il ducato del censo divenne una moneta ideale, che andava soggetta a continua diminuzione intrinseca; conciossiachè al crescere il prezzo dell'oro, impicciolivasi quel della lira. Infatti in progresso di tempo montò lo scudo d'oro sotto questo medesimo papa sino a lire sei e soldi sei. Così la perdita dei tredici mila scudi si cangiò a poco a poco in pubblico vantaggio.

La zecca pertanto fu data in affitto nel 1537 a Costanzo da Perego, essendo stato sostituito a Jacopo Tagliaferro, venuto meno per morte, per commissario apostolico Paolo Antonio Ajani. Nell'anno appresso fu riconfermato l'affitto al Perego per cinque anni, eletto per saggiatore Damiano de Gonzate. In quest'epoca si coniò per la prima volta lo Scudo d'oro di ventidue carati, tal quale si vede nella Tav. XIII al n.o 47. Da una parte ha lo stemma papale, il triregno e le chiavi e sotto quella di casa Farnese, sei gigli azzurri in campo d'oro, disposti a tre, due e uno; e intorno PAVLVS III PONT. MAX.: dall'altra contiene una donna assisa sur un trofeo con in mano una vittorietta e in testa l'elmo; nell'esergo PARMA; nel contorno un picciol sole, onde diconsi scudi d'oro dal Sole, poi SVB VMBRA MATRIS ECCLESIE. Pubblicato questo scudo i Bolognesi noi vollero ammettere per esser, diceano, di non giusto valore. Portata la causa a Roma, e fattine i dovuti saggi, il cardinal di Santa Fiora scrisse al governator di Bologna che erano stati ritovati e d'ottima pasta e di giusto peso. Questi contrasti diedero luogo a cambiamenti ne' soprastanti alla zecca; giacchè uscente l'anno 1539 trovasi nominato per saggiatore Galeazzo Montagna, forse primo autore della querela, e nel giugno del 1540 data in affitto la zecca a Gianfrancesco Buonuomo. Ma non ebbero questi nuovi zecchieri miglior fortuna. E in vero eccitatisi ancor più gravi lamenti, un commissario del papa venuto improvvisamente a Parma li fece mettere in prigione. Fattine i saggi a Parma e a Milano, si ritrovarono gli scudi di giusto peso, e vennero rimessi al loro ufizio il Montagna e il Buonuomo: ma queste gare produssero che dopo qualche tempo si sospendesse il lavoro della nostra zecca, e che il Buonuomo non trovasse, per quanto il chiedesse, ristoro a' suoi danni, che sotto il novello duca Pier-Luigi Farnese.

§. 42. Due mezzi Giulj sembrano quelli posti nella Tav. XIII ai n.  48 e 49, pubblicati dal Fontanini, e coniati probabilmente a tener de' capitoli del 1535. Il primo (n.o 48) contiene da un lato l'arme pontificia e quella di casa Farnese con intorno PAVLVS III PONT. MAX.; dall'altro lato poi una gran croce con agli angoli le lettere che formano la voce Parma, così e intorno FIAT PAX IN VIRTVTE TVA; motto che alludeva al viaggio allora intrapreso dal pontefice per mettere in pace l'imperatore Carlo V e Francesco I re di Francia. Il secondo (n.o 49) comprende da una banda tutt'intera l'effigie di san Tommaso con una stelletta verso il fianco sinistro, e intorno DIVO THOME PARME PROTE.: dall'altra la solita arme col nome del papa. Di questa stessa condizione pare il Grossetto da tre soldi collocato nella Tav. XIV, n. 50, che ha da un lato una gran croce colle quattro lettere agli angoli e intorno HÆC QUÆ ATTVLIT SALVTEM; e dall'altro lo stemma pontificio e farnesiano col nome del pontefice.

§. 43. Gravosa sommamente riusciva a' parmigiani la sospensione de' lavori della zecca, derivata, com'è stato discorso, dall'invidia de' nemici: perciò, purgati tutti gl'indizj d'infedeltà per parte dei zecchieri, con lunghe preghiere ottennero dal cardinal Uberto da Gambara, legato pontificio, ai 31 gennaio del 1544 libero l'esercizio della lor zecca. Allora fu che cominciaronsi battere invece de' Giulj i Paoli secondo l'uso di Roma in onore del papa regnante, ma non n'è stato finora pubblicato alcuno de' nostri. Le monete che qui daremo, non si sa precisamente a qual epoca appartengano. Le daremo qui, come aggiunta a questo secondo libro.

Tav. XIV, n.o 51. Da una parte in mezzo PARMA, sopravi le chiavi pontificie, intorno due rami uniti inferiormente, l'uno d'ulivo, l'altro di palma; dall'altra poi mezza la figura d'un vescovo in pontificale, in atto di benedire, con intorno S. HILARIVS.

Tav. XIV, n.o 52. Il primo lato uguale a quel di sopra descritto, l'altro contiene una testa in profilo col nimbo, o cerchio di gloria, e intorno S. HILARIVS EPS.

Tav. XIV, n.o 53. Nel mezzo PARMA e intorno una corona di frondi: dall'altra banda il busto d'un vescovo in abiti pontificali e intorno S. HILARIVS.

Tav. XIV, n.o 54. Da un lato una testa in profilo e intorno S. HILARIVS; dall'altro lo scudetto del Comune fra due rami, sopravi le chiavi pontificie in croce e agli angoli delle chiavi le lettere PARMA.

Tav. XV, n.o 55. Nel mezzo d'un lato una testa in profilo col nimbo e intorno SANCTVS HILARIVS: nel mezzo dell'altro una gran croce e intorno COMVNITAS PARMÆ.

Tav. XV, n.o 56. Da una parte un busto col nimbo e intorno S. IOANNIS; dall'altra in mezzo gran croce e intorno PARMA, ECCLIÆ. RO.

Tav. XV, n.o 57. Nel diritto un busto e intorno S. HILARIVS EPI., nel rovescio poi in mezzo gran croce, e intorno PARMÆ. ECCLESIE. RO.

Queste sette monetuccie, per essere di puro rame, sembrano con molta probabilità i bagaroni.

CONCLUSIONE

§. 44. Tali erano le vicende della nostra zecca, quando papa Paolo III contro un capitolo sancito tra i parmigiani e Giulio Il, che Parma cioè non sarebbe mai stata data in feudo ad alcuno, investì della sovranità di questi Stati Pier-Luigi Farnese suo figlio.

Fine del Libro secondo.

Dal dominio de' Farnesi Duchi di Parma a Don Ferdinando I. di Borbone Infante di Spagna Duca di Parma, e Guastalla, ovvero dall'anno 1545 al 1786.

CAPO I

La Zecca oziosa sotto Pier Luigi Farnese.

Paolo III, successo al secondo Giulio nella Cattedra di S. Pietro, fu l'illustre fondatore della gloria della famiglia Farnese, dalla quale, cominciando da Pier Luigi suo figlio naturale sino alla morte dell'ottavo Duca Antonio, furono governate col titolo di Ducato Parma e Piacenza, cioè dal 1545 al 1731. Pier Luigi entrò in Roma partigiano de' Colonnesi, quando l'Imperatore Carlo V la prese d'assalto nel 1527; nella quale occasione protesse la vita e la casa del maestro suo Tranquillo Molosso di Casalmaggiore. Ottenute alcune Terre de' Farnesi, creato Gonfaloniere e Capitan Generale del Pontefice ebbe ancora il Marchesato di Novara, colla facoltà d'aprir ivi una Zecca, siccome concessa eragli stata pel Ducato di Camerino ricevuto in dono dal Papa. Pareva che gli alti divisamenti di Paolo III vagheggiassero il Ducato di Milano in favore di Pier Luigi, al quale pensò poscia di concedere a perpetuo Feudo Parma e Piacenza, riusciti quelli voti di effetto. Dopo le vicende, cui alla Storia spetta di esaminare e di esporre, fu Pier Luigi proclamato. Duca di Parma e di Piacenza, dietro la rinunzia di Nepi e Camerino eseguita da' Farnesi. Frattanto in questa Città rimasero sospese le operazioni della Zecca. Solamente nel 1546 nella investitura del Ducato fu da Roma accordata a Pier Luigi la facoltà di far coniare in Piacenza e in Parma ogni sorta di moneta d'oro e d'argento di legittimo peso e materia.

Il Duca avea determinato di battere moneta somigliante alla Romana in argento, e lo scudo d'oro equivalente a undici Giulj, al che aderirono le circostanti piazze, solo opponendosi Bologna.

Gian Federigo Bonzagni valoroso Parmigiano artefice, sulla speranza d'essere trascelto a formare i tipi per le monete, coniò al Duca due medaglie bellissime ed ingegnose, ma fugli preposto il celebre Leone Aretino.

Nè deve tacersi a patrio vanto, che Gian Federigo fu lodato dal grande nostro Enea Vico, di siffatte cose maestro e artista intelligente, il quale aggiunge « che un fratel suo Giovanni Jacopo teneva in Roma l'uffizio di segnare il piombo superando in ciò tutti i moderni, di maniera da far passare a' non molto pratici le sue medaglie per antiche» 

Nulla ostante non si è rinvenuta mai moneta che possa attestarsi uscita dalla Zecca Parmigiana o Piacentina sotto la dominazione del primo Farnese.

Pertanto le tre descritte dall'Argelati, portanti i titoli a Pier Luigi di Duca di Parma e Piacenza, si attribuiscano alla Zecca di Novara, e perchè in esse vi è il titolo di Marchese di Novara, e perchè in una scorgesi l'immagine di San Gaudenzio protettore di quella Città. E altrettanto dicasi di una quarta pubblicata dal Bellini, riflettendo che il diritto di coniar moneta era stato conferito da Carlo V unitamente all'investitura del Marchesato di Novara, dove la Zecca venne aperta posteriormente alla formazione dei due Ducati.

Continuando in Parma il solito monetario sistema, e conservando lo scudo d'oro il valore di lire 5 e soldi 16 fino al Marzo del 1546 fu dopo accresciuto d'un altro soldo, e nel Marzo del 1547 si spesero ancora i Fiorini d'argento a 32 soldi. Furono sostituiti alla mancata moneta erosa Sesini e Quattrini Reggiani e Modonesi, i quali furono sottoposti al saggio dubitandosi della loro bontà.

Il nuovo Principesco dominio riusciva gravoso a' Ricchi e Signori de' Feudi, che a freno e terrore della loro ambizione vedevano forti Castelli innalzarsi. Così Pier Luigi, odiato da Ferrante Gonzaga, il Governator di Milano, sospetto per l'amicizia di Francia, tenuto consapevole nella Genovese congiura de' Fieschi, non pose mente, come pure il dovea, alla bollente ira de' sudditi, spinti dal raggiro e dal braccio straniero all'ultimo eccesso. Quindi la ordita trama fu tratta a compimento, e trucidato il Duca da' nobili Piacentini il 10 Settembre 1547, e Piacenza fu tosto dal vegliante Gonzaga a nome dell'Imperatore occupata.

CAPO II

Avvenimenti della Zecca durante il reggimento di Ottavio Farnese.

Ottavio secondogenito di Pier Luigi successe a lui, giacchè il primo era Cardinale di Santa Chiesa, ma non entrò in Parma che il giorno 25 Febbrajo 1550 superati e distrutti accortamente varj e grandi ostacoli. E per ricuperare Piacenza stabilì alleanza con Enrico Il. Re di Francia, al quale era divenuto genero Orazio fratello di Ottavio. Questi dunque raccolse in Città e il fratello e Pietro Strozzi Capitano del Re non badando allo sdegno del Pontefice che lo dichiarò ribelle.

In mezzo a tali sconvolgimenti non temè Ottavio di riaprire la Zecca Parmense, come attesta il Notajo Cristoforo della Torre, ma fu questo forse un semplice riaprimento, giacchè non pare che della presente epoca moneta si ritrovi.

Nell'anno 1552 conchiusa una sospension d'armi, il Duca affittò l'Officina monetaria ad Angelo del già Niccolò Fraschini da Siena, che sul principio di Settembre ne entrò al possesso, come apparisce da Istrumento di Baldassarre dall'Aquila sotto il giorno 12 Dicembre dell'anno medesimo, col privilegio per due anni di fabbricare e coniar monete d'oro e d'argento, senza indicazione di bontà peso e valore, benchè dalle posteriori distinte per la marca dello zecchiero, cioè un A chiuso da un circolo, e per qualche altra circostanza.

La prima è lo scudo d'oro stampato sulla norma del descritto da Cristoforo della Torre ed è quello che vedesi al n.o 58, della Tav. XV. Nel diritto osservasi lo stemma del Duca, in questa foggia. Uno scudo sormontato da una corona larga quanto lo scudo: nel mezzo dello scudo un'asta diritta, nella inferior parte della quale s'incrocicchiano le chiavi Pontificie, e dalla cima cade circondandola ripiegato e terminato a frange il Gonfalone,10.1 insegna o vessillo della dignità di Gonfaloniere o Generale di Santa Chiesa, di cui era Ottavio insignito: e dall'un fianco e dall'altro dello scudo stanno tre gigli, in tutto sei, colla iscrizione intorno OCT. F. PAR. ET. PL. DUX. II. e nel rovescio una femmina sedente, la Sicurezza, con piccol giglio sovra il capo, e nella destra un'asta con un giglio in vece della punta di ferro, e innanzi a sè un picciolo altare, e intorno (A) (Aretinus) SECURITAS. P. PARME e nell'esergo 1553. L'altra è disegnata in una Veneta tariffa del 20 Novembre 1554 che trovasi nell'Istituto di Bologna colla differenza che le leggende annunziano tale scudo di grani 67 veneti. Il mezzo scudo al n.o 59 della Tav. XVI è anteriore al 1573. Nel diritto porta le armi Ducali, e intorno OCT. F. PAR. ET P. DUX II, e nel rovescio - Donna armata e sedente sopra un'urna che versa acqua, che nella destra distesa stringe una verga, od asta, sopravi un giglio e attorno INTER LILlA PAR. Il peso è di 36 grani scarsi bolognesi.

Ottavio Farnese aveva vinto la collera del Pontefice e dell'Imperatore, e con mezzi assai disuguali mirabilmente difeso lo Stato suo da' potenti avversarj, al quale suo accorgimento allude l'argentea moneta al n.o 60 della Tav. XVI. Da un lato presenta questa il busto del Duca, sotto cui mirasi uno scudetto coll'anno 1553 e la marca dello zecchiero (v). Dall'altro Ercole armato la sinistra della clava, e dall'omero sul fianco rovesciata la pelle del lione, con un monte sorgente a diritta, simboli di elevatezza e di forza, e l'iscrizione greca ΡΔΙΑ. ΑΒΠΕΠΑ. ΧΑΑ. FΠΠΕΡ. FΟΥΣΑ. che significa esser pria stata faticosa quella impresa che poscia agevole diventò. Il peso di tale moneta dicesi di 99 grani veneziani.

Forse era un Giulio l'altra che pesava veneti grani 62 al n.o 61 della Tav. XVI che da una parte tiene le solite arme e le sigle OCT. FAR. PAR. ET PLA. DUX II - e dall'altra il Santo Vescovo pontificalmente vestito indicato dal contorno S. HILARIUS EPS. PAR. PR.: e mezzi Giulj le seguenti 62 e 63 Tav. XVII. Nella prima vedesi in piedi l'Apostolo San Tommaso circondato dalle parole DIVO THOME PAR. PROT. colla marca dello zecchiero presso al capo - Dall'opposta faccia l'arme, e OCT. F. PAR. ET P. DUX II. E la seconda solo è differente per la mancanza della cifra dello zecchiero e di un R. nel contorno dell'arme alquanto pure diversamente foggiate.

Somiglia, ed è forse, un soldo la moneta del n.o 64, Tav. XVII, di mistura di rame e d'argento del peso di 23 grani bolognesi colla solita marca del primo zecchiero, S. Tommaso in mezza figura e S. THOME. PAR. PROTET. - e nel diritto l'arme, e le parole OCT. F. PAR. E. P. DUX II.

Dell'istesso tempo ma d'altro zecchiero è quella del n.o 65 della Tav. XVII, col solito stemma, e OCT. F. PAR. ET P. DUX II. e nel rovescio S. Tommaso, e DIVO THOME PAR. PROTE. Piacenza, come si è veduto, era nelle mani rimasta dell'Imperatore, ma finalmente nel 1556 venne restituita ad Ottavio, del qual tempo nessuna sicura notizia spettante alla nostra zecca si ritrova. Al n.o 66, Tav. XVIII, sta una moneta d'argento rassomigliante ad un Giulio. Nel diritto l'arme e OCT. FAR. PAR. ET PL. DUX II. Nel rovescio Vescovo in piedi in abito Pontificale e S. HILARIUS EPS. PAR. PRO. sotto 1556.

Tav. XVIII, n.o 67. Altra di lega. Testa, e sotto 1556; e intorno OCTAVIU. FARN. - Dall'altro lato arme, PARM. ET PLA. DUX II: peso 35 grani bolognesi.

Tav. XVIII, n.o 68. Scudo d'oro. Le Arme e OCT. F. PAR. ET PL. DUX Il. Dalla contraria parte figura della Sicurezza del Popolo Parmigiano sopra descritta e SECURITAS P. PARME, avente di più un vaso con foco acceso e sotto 1557.

Tav. XIX, n.o 69. Moneta d'argento, forse un Giulio. Arme, e OCT. FAR. PAR. ET PL. DUX II. - Dal lato opposto Sant'Ilario in piedi in abito Pontificale e S. HILARIUS EPS. PAR. PR., sotto 1557.

Tav. XIX, n.o 70. Altra di lega. Testa con sotto il 1557 e ; in circolo OCTAVIU. FARN. - E dietro, Arme e PARM. ET PLA. DUX. II.

Tav. XIX, n.o 71. Testa e intorno OCTAV. FAR. sotto 1558 e - Nell'altra parte Arme, e PARM. ET PLA. DUX. II.

Tav. XIX, n.o 72. Intorno OCTAV. FAR. sotto - Nella rivolta l'arme e PARM. ET PL. DUX. Il.

Dall'anno 1559 sino al 1561, fu Maestro della zecca Antonio o Giannantonio Signoretti da Reggio, come avvertono le ordinazioni della Comunità, dalle quali pure siamo istruiti essere stati innanzi a questo tempo battuti Sesini e Parpagliole valutate due soldi e sei denari, e fra l'altre monete il Signoretti diede fuori dei Bianchi e dei Giulj, ciascuna libbra di peso dei quali Giulj e Bianchi rendeva il valore di lire cinquant'una di moneta. La seguente moneta d'argento della Tav. XX, n.o 73, fu battuta dal Signoretti. Porta essa le Arme del Duca, aggiuntovi un Cherubino fra la corona e lo scudo, colla iscrizione OCTAVIUS F. PAR. ET PL. DUX II. Scorgesi dalla banda opposta Maria Vergine incoronata dal Divin Figlio; sul capo alla Vergine lo Spirito Santo in forma di colomba, e nell'esergo un Cherubino fra le due lettere L. S. Questa moneta era un Bianco o mezza lira, corrispondente alla forma della lira, della stessa fabbrica, prodotta dal Bellini.

Tav. XX, n.o 74. Arme del Duca, Cherubino tra lo scudo e la corona, e OCT. FAR. PAR. ET PL. DUX II. - Dall'altro lato la B. V. dal Divin Figlio incoronata, sovr'essa lo S. S., sotto PARMA e sotto a Parma il Num. XX, indicante il prezzo della Lira, e intorno COLONIA CIVIUM ROMANOR.

Tav. XX, n.o 75. Giulio coll'Arme e Cherubino frapposto, e OCT. FAR. PAR. ET PLAC. DUX. II. - Rovescio Sant'Ilario in abito Pontificale e leggenda S. HILARIUS PARME PROTE.

Tav. XXI, n.o 76. Soldo avente quinci l'Arme e OCT. PAR. E. P. DUX. II. - E quindi mezza figura di S. Tommaso, e S. THOM. P. PROT. e sotto le sigle (A. S.) (nome e cognome dello zecchiere.)

Tra le piccole monete, di cui qui in fine si darà notizia furono stampati cento scudi di Quattrini da tre Denari l'uno, e altrettanti Bagaroni del valore di un Denaro Imperiale per li minuti pagamenti del sale che erasi aumentato di un denaro per libbra. Questi Quattrini difficilmente distinguonsi da altri di conio diverso, ma sibbene i Bagaroni come quello della Tav. XXI, n.o 77 di puro rame. Porta questi il busto del Duca, e OCTA. FAR. - nel rovescio la Croce come negli anteriori Bagaroni, e PAR. ET. PLA. D. II.

Per agio de' contratti e per una quasi necessità di commercio ordinò il Duca Ottavio i Mezzi scudi e i Quarti nella deliberazione della zecca a Pellegrino Carretta Modonese l'anno 1573, e dietro i calcoli di Gianalberti Bonzagni orefice Parmigiano furono ai 2 di Marzo stesi i capitoli e i patti pel nuovo sistema monetario di battere scudi d'oro, mezzi scudi d'argento, quarti, monete da soldi 24, 12, 6, parpagliole da soldi due e denari 6, soldi, sesini e quattrini.

Dietro l'approvazione della Comunità stese pubblico istrumento il Notajo Bernardino Avanzi. Il mezzo scudo del peso di 14 denari, grani 20, porta il busto del Duca, e OCTAVIUS FAR. PAR. ET PL. DUX. II. Tiene il rovescio le tre Grazie ignude sotto a' cui piedi stendesi orizzontalmente uno scudo colla Croce, (insegna della Città), come vedesi alla Tav. XXI, n.o 78. Il suo valore è di lire tre e soldi dieci. Della esistenza del quarto dello scudo io dubito fortemente non avendone visti citati, e non essendomene alcuno sott'occhio caduti di effettivi. Così de' pezzi da soldi 24, 12, 6.

Nel 1577 passò la zecca alla direzione di Lelio Scajoli Reggiano a cui vennero comandate monete da soldi 5, 10, 15, in aggiunta a' patti già stabiliti col Carretta.

Tav. XXII, n.o 79. Moneta d'argento. Testa del Duca e OCTAV. F. PA. ET PL. DUX. II. - Maria incoronata dal Divin Figlio, sopr'essa lo S. S. in forma di colomba, nell'esergo L. S. (Lelio Scajoli) frapposto un Cherubino.

Tav. XXII, n.o 80. Più picciola di lega. Testa e OCT. FAR. ET PLA. D. II. - Torello fra i gigli (Parma sotto i Farnesi) sotto L. S., intorno INTER LILlA PAR. Non fu sul corso della moneta eseguito cambiamento sino all'anno 1586.

Frattanto le virtù di Margarita sorella di Filippo Il Re di Spagna, e il valore del figlio di Lei Alessandro, l'Eroe del Belgio, restituirono al loro marito e padre, il Duca Ottavio, il Castello di Piacenza sgombro dal presidio Spagnuolo, e forse in questa avventurata circostanza l'anno 1585 fu coniata la moneta d'argento della Tav. XXII, n.o 81. Veggonsi in questa le Arme e OCT. FAR. PAR. ET PLA. DUX. II. - Sopra un trono due donne; una coronata colla destra sull'elsa, e la punta della spada al suolo rivolta; l'altra d'elmo coperta, e lo scudo al tergo. Si riguardano attonite di loro concordia, come accenna il contorno FELIX. PORTENTUM. Nell'esergo A. E.10.2

Tav. XXIII, n. 82. Moneta d'argento, Arme Ducali e OCT. FAR. PAR. ET PLA. DUX. 11. - Anfione che suona la lira sopra un Delfino, rimpetto uno scoglio. Nell'alto QUID NON, appiedi A. B.

Parpagliole, Soldi, Sesini, Quattrini.

Tav. XXII n.o 83. Arme. OCT. FAR. PE. P. D. II. - Busto di un Santo Vescovo con piviale e mitra, e S. HILAR PAR. PR.

Tax. XXII, n.o 84. Arme. OCT. FAR. PAR. ET PLA. D. II. Mezza figura di un Santo Apostolo, e S. THOME. P. PROT.

Tav. XXIII, n.o 85. Testa e OCT. FAR. PAR. E. PL. DUX. Il. Donna armata che tiene l'asta nella sinistra, e posa la destra sopra uno scudo, appoggiato a terra un poco obbliquamente, su cui è la Croce del Comune, e PAR. COL. CIV. ROM.

Tav. XXIII, n.o 86. Testa e OCTA. FAR. sotto un giglio. - Donna come al n.o 85, e PAR. ET PLA. DUX. Il.

Tav. XXIII, n.o 87. Arme, e OCT. F. PAR. E. PLA. DUX. - Mezza figura di un Santo Vescovo in atto di benedire e SAN HILARIUS.

Tav. XXIII, n.o 88. Arme, e OCT. F. PA. E. P. D. II. - Mezza figura di un Santo Vescovo in profilo, e S. HILAR. PAR. PRO.

Tav. XXIII, n.o 89. OCT. F. DUX II nel campo in tre linee, sopra le quali la Corona, e questa e le lettere circondate da un festone di foglie - Donna armata sedente con una Vittoria nella destra e l'asta nella sinistra, e coperta di elmo la fronte.

Tav. XXIII, n.o 90. Arme, e OCT. F. PAR. E. P. DUX II. Torello stante con due gigli nel campo.10.3

La morte del Duca avvenuta il 18 Settembre 1586 con molto rammarico dei sudditi, a' quali tanto avea giovato e col valore della spada e colla penetrazione della mente, e colla incessante vigilanza per distornare, come il potè, la procella che contro gli avevano suscitata il Pontefice e l'Imperatore, troncò i suoi disegni sui monetario sistema, e l'ultima accenata chiuderà la serie delle monete del secondo Farnese.

CAPO III.

Monete di Alessandro Farnese, III Duca di Parma, e Tessere Monetarie.

Successe ad Ottavio, Principe accorto e valoroso, il celebre Alessandro, che superò non meno l'avo e il padre colla grandezza delle sue gesta, che gli altri Principi e Capitani; sicchè la Fama e la Posterità lo ripongono tra li più eccellenti uomini di ogni età e d'ogni nazione. Condotta in consorte Maria, nipote di Giovanni III Re di Portogallo, più che per la nascita, illustre pe' rari pregi di un sublime intelletto, e di una virtù gelosa di ogni ombra, seco visse i primi giorni tranquillo, indi chiamato dalle belliche trombe, sotto lo zio D. Giovanni d'Austria, il miglior Duce forse di que' dì, si distinse a Navarino, coll'intrepidezza e l'ardire di un vecchio e straordinario guerriero. Tornato alla patria fu compagno al padre nelle cure del governo, e godè, per alcuni anni di un'invidiabile calma, le più tenere sollecitudini dell'amorosa consorte, indi rapitagli dolorosamente nel 1577. Chiamatovi da Filippo II Re di Spagna, governò con mirabile senno e fortezza le Fiandre, siccome attestano concordi gli storici famosi, che tramandaron veraci a noi que' fatti, che d'altri eroi difficilmente si leggono se non nelle favolose pagine de' poeti. Di sua virtù precoce fa cenno e prova una medaglia a lui coniata nell'età di 13 anni, che porta il suo busto ornato colla leggenda ALEXANDER FARNESIUS P. P. AN. XIII NAT. Altra medaglia esiste di lui all'età d'anni 16 o piuttosto 15 apparendo il millesimo così incerto 155.... Per le sue nozze vedesi una medaglia colli busti dei due Principi, e i piombi dell'uno e dell'altro impronto conservansi nell'Imper. Ducale nostro Parmense Museo. In uno leggesi ALEXANDER FARN. P. ET P. PRIN. - Nell'altro MARIA DE PORTUGALLO P. ET P. PRI. e sotto 1566. Aprendosi la guerra delle Fiandre venne coniata una medaglia portante intorno al suo busto ALEXANDER FARNES. PAR. PLA. PRIN. BELG. GUB. - Uomo armato a cavallo correndo e rotando la spada col motto DA MICHI VIRTUTEM CONTRA HOSTES TUOS, cioè i calvinisti. Due eleganti medaglie dell'anno 1579 alludono alla malagevole impresa di Mastricht, felicemente e sapientemente eseguita. Due medaglie accennano l'assedio di Anversa, delle quali una in argento conservasi nel nostro P. Museo col busto in profilo e le parole ALEXANDER FARNES. PAR. PLA. DUX. BELG. DUM GUB. - sotto il busto ÆT 40 per cui questo conio del diritto si riconosce del 1582. - Nel rovescio sta un padiglione con un uomo che si alza da letto svegliato da un satiro che sembra invitarlo a varcare il fiume coperto da' ponti di barche, e a prendere la Città posta sull'altra sponda col motto CONCIPE CERTAS SPES 1585 - e nell'esergo ΣΑΤΥΡΟΣ. Si osservi l'errore della parola DUX giacchè non assunse Alessandro il titolo che nell'anno seguente 1586.

Per la stupenda espugnazione d'Anversa conferitogli il Toson d'oro dal Conte Pietro Ernesto di Mansfelt, e ottenuti onori d'archi trionfali e di statue e di feste, gli fu battuta, in due grandezze, una medaglia, e altre quindi per altre successive vittorie.

Mentre di continui allori, tra continue fatiche, circondavasi il Duce delle Spagnuole falangi, pare che a premio e ricordanza del suo valore fosse a lui permesso dal padre di far battere nella zecca di Parma una moneta di lega, per lo stipendio de' soldati, moltiplìcata quindi e comunissima, e con diversa impronta. Questa moneta che osservasi al n.o 91, Tav. XXIV, porta da un lato la testa galeata di Alessandro Magno colle parole ALEXANDER MAGNUS SPECULUM - dall'altro quella del Principe Alessandro e ALEXANDER FARNESIUS SPECULATOR, volendo indicare che nelle grandi azioni così, come lo era nel nome, voleva farsi uguale al Macedone, e farsi specchio delle sue operazioni magnanime ed immortali. Questa testa di Alessandro è imberbe. Due altre poi (segnate ai numeri 92 e 93) hanno la testa barbata, additandolo in età più adulta, innanzi ancora d'esser Duca di Parma e Piacenza. In questa moneta la testa del Principe è nel rovescio, cominciando la leggenda dal lato della testa d'Alessandro Magno e terminando dall'altro ALEXANDER MAGNUS SPECULUM - ALEXANDER FARNESIUS SPECULATOR. Queste monete di bassa lega erano le parpagliole, e non oltrepassavano di peso 37 grani bolognesi ciascuna.

Moltissimi pezzi di rame puro e di piombo si trovano marcatì ugualmente colla testa barbata del Farnese Alessandro. Questi, anzichè monete, sembrano tessere o segni di convenzione per una determinata somma, aventi da una parte la testa del Principe, e AL. F. SPECULATOR, - e dall'altra in due righe disposte IIP., oppure la lettera o n.o X. Forse alle milizie, che passavano per la Città nostra, e a carico nostro, venivano queste marche o tessere distribuite per darle in pagamento agli albergatori o bottegai, a' quali dalla Comunità Parmense, che indi le ritirava venivano corrisposte di tanta somma di quanta era il convenuto valore. E questa asserzione viene corroborata dalla moltitudine di tali pezzi o di rame o di piombo che in tale quantità, e presso il Comune si ritrovano. Altre tessere, e ad ugual uso certamente, ritrovansi, che sono quadre, e da una parte hanno l'immagine di S. Ilario, colle parole S. HIL. PAR. PROTEC. - e dall'altra la lettera B in un circolo.

Che se a' soldati non servirono siffatte marche, può supporsi, e questo pare a me con miglior fondamento,11.1che servissero, in tempi di carestia, ai poveri per ottenere dal pubblico i soccorsi, che in tali circostanze vengono d'ordinario con cautela ed esattezza distribuiti a tutti e a ciascuno, perchè non venisse frodata la vigilanza e l'economia del Governo, e cresce la probabilità, e quasi certezza, perchè veramente gli anni 1591 e 1592 furono scarsi sommamente, e perché una Deputazione eletta a provvedere ai pubblici bisogni venne abilitata a porvi opera con que' mezzi da se creduti più giusti ed agevoli, onde questa avrà scelto la distribuzione delle tessere da cambiarsi quindi in danaro equivalente alla somma che rappresentavano. Nel Museo di Ferrara trovasi una tessera di rame colla voce PARMA da un lato, e dall'altro un torello, esprimente forse le vivande che soccorrevano alla pubblica inopia. Stante alla prima congettura sembra che anche particolari usassero di tessere somiglianti, per dispensare pur essi elemosine, una trovandosene nell'Istituto di Bologna che pare in tali anni battuta in Parma per uso del Marchese Camillo Malaspina che fu cameriere secreto di Ranuccio figliuolo di Alessandro. Certissimo è poi che queste tessere, o ferlini di rame, in Bologna si distribuivano nel 1590 e 91, aventi in una parte le parole PRO ELEMOSINA. Non dispiacerà ai ricercatori delle patrie cose l'aver sott'occhio le tessere del Comune di Parma sopraindicate.

Queste le abbiamo poste in due Tavole separate, dopo le altre monetarie segnandole col numero 1, 2.

Quella poi di rame, reputata del Malaspina, da un lato ha l'immagine di Maria V. coronata dal Divin Figliuolo, sottovi la marca di Lelio Scajoli zecchiere L. S. dall'altro un Leone coronato saliente fra due piante di spino fiorito, e lateralmente divise le lettere C. M., come può vedersi nella figura riportata.

Quest'arma istessa scolpita in marmo si osserva in Parma sopra la porta di una casa che sta a fianco della chiesa di S. Uldarico e ha sotto le lettere M. M. M.; detto marchese fu creato cittadino di Parma nell'Ottobre del 1588 come si ha da' libri dell'Illustrissima Comunità di Parma.

Mentre sudava Alessandro sotto l'elmo e la lorica nel Belgio, perdè il suo caro genitore, e quindi chiamato alle cure del Principato, quelle non dimenticò senza abbandonare i perigliosi campi della gloria. Perciò da Brusselles scrisse che voleva riprese e seguitate con alacrità le operazioni della zecca, onde fu questa novellamente affittata a Lelio Scajoli da Reggio per anni cinque dal Settembre del 1587 che pel suo merito fu fatto cittadino Parmigiano. Qualche moneta del 1588 porta la marca di detto zecchiero. Una d'argento, forse un mezzo ducatone, n.o 94, Tav. XXIV. Vi è il busto del Duca, sottovi 1588 e attorno ALEXANDER FAR. DUX III. Rappresentasi l'arme Ducale inquartata colle armi d'Austria e Borgogna col Gonfalone della chiesa nel mezzo. Dai lati sono le lettere L. S., Lelio Scajoli, con le parole in circolo PARMAE PLAC. ETC.

Tav. XXV, n.o 95. Lira effettiva con l'arme Ducale, e dai lati L. S. e in giro ALEX. FAR. PAR. PLA. DUX III. Maria Vergine coronata dal Divin Figlio, sotto Parma e il numero XX e COLONIA CIVIUM ROMANOR. Pesa carati 47 bolognesi.

Tav. XXV, n.o 96. Moneta mezzana di lega del peso di grani 40 bolognesi colla testa del Duca e ALEX. F. PAR. PLA. DUX III. Torello fra i gigli, sotto cui L. S. e PAR. INTER LILlA. Questa è una delle monete che chiamavansi cavallotti, ed erano soldi sei. Simili se ne trovano dello Scajoli anche sotto il Duca Ottavio, ma dopo i cavallotti furono sminuiti di peso circa sei grani pel maggior prezzo che pagavasi l'argento.

Tav. XXV, n.o 97. Allo Scajoli, morto forse l'anno stesso, sottentrò altro di sua famiglia col nome principiante della lettera P. trovandosi nell'Imperiale Ducal Museo, e in Ravenna nel Museo di Classe esistente un ducatone doppio coll'anno, busto, armi e leggenda simili a quelli del mezzo ducatone già descritto, dove sotto l'arme dello zecchiero sta P. S.

Tav. XXVI, n.o 98. Altre quattro monete portano la marca medesima. Una è la lira coll'arme e attorno ALEX. PAR. PLA. DUX III. La Vergine coronata dal Divin Figliuolo con sotto il num.o XX e P. S., e intorno PARMA CIVIUM ROMANOR. COLONIA.

Tav. XXVI, n.o 99. Un'altra è battuta per due lire. Nel diritto è simile all'antecedente. Nel rovescio tiene la stessa immagine, sotto cui, fra due rosette, sta il solo numero 40, colla leggenda in cerchio PARMA CIVIUM ROMANORUM COLO.

Tav. XXVI, n.o 100. La terza ha la testa del Duca da una parte e ALEX. FAR. ET PLA. DUX III. ETC. La Vergine coronata, senza leggenda, e sotto framezzate da un giglio le lettere P. S.

Tav. XXVII. L'ultima è un cavallotto simile al n.o 96 che sotto il torello ha le mentovate iniziali P. S. Questa moneta è forse il quarto di scudo o ducatone. Pare che si battessero ancora de' mezzi scudi d'argento simili agli incominciati a battere sotto il Duca Ottavio, essendo nominati in una Grida di Piacenza, e per la forma di due monete simili ai detti mezzi scudi collo stesso rovescio delle tre spezie formate nel 1574 per li mezzi scudi di Ottavio. Uno dei detti mezzi scudi, ma doppio, ha nel diritto il busto del Duca, sottovi 1588 e ALEXANDER FARN. DUX III,

Tavola XXVII, n.o 102. Col medesimo conio fu battuto un doblone d'oro da sette. L'altro della Tav. XXVII, n.o 103 è veramente un mezzo scudo, ed in vece dell'anno 1588, ha sotto il busto un picciol giglio. Questa moneta conservatissma è del peso di 85 carati bolognesi, cioè la metà dei ducatoni delle altre zecche; perciò si sarà forse ommessa la battitura dei mezzi scudi, proseguendo collo stesso tipo a coniare li mezzi ducatoni. Infatti il doppio di detta moneta con lo stesso tipo e l'anno 1588 trovasi esattamente corrispondere al peso dei ducatoni; e per tal valore avrà avuto corso in commercio. Con altro conio di mezzo scudo poco dissimile dai descritti formata vedesi una moneta d'oro. La diversità consiste, che sotto il busto del Duca Ottavio in questa Tav. XXVIII, n.o 104 vedonsi le lettere M. G. e nel rovescio sopra le tre Grazie è segnato l'anno 1594; ma questo è un manifesto errore, giacchè nel 1594 il Duca Alessandro era morto. Deve leggersi quì pure 1574. Non è chiaro chi fosse questo nuovo zecchiero G. M.

Tav. XXVIII, n.o 105. Cavallotto colla stessa marca G. M.

Tav. XXVIII, n.o 106. Cavallotto senza marca di zecchiero.

Tav. XXIX, n.o 107. Cavallotto senza marca di zecchiero, e in vece un giglio fra due stelle.

Tav. XXIX, n.o 108. Cavallotto colla marca A. R.

Tav. XXIX, n.o 109. Cavallotto colla marca A. A. framezzovi un giglio.

Tav. XXIX, n.o 110. Cavallotto senza marca ed in vece un giglio.

Tav. XXIX, n.o 111. Cavallotto senza marca ed in vece una stella. Viene creduto che i due cavallotti segnati A. R. e A. A. non sieno mai stati battuti vivente il Duca Alessandro, ma sotto i Successori, perchè A. R. significa Agostino Rivaroli zecchiero ai tempi di Ranuccio I, ed A. A. Agostino Agnani zecchiero sotto il Duca Odoardo, sotto ai quali essendosi battuti cavallotti, è probabile, non essendone mai stata alterata la lega, che senza far nuovi coni fosser battuti con quello di Alessandro, solo mutata la cifra dello zecchiero.

Tav. XXX, n.o 112. Lira senza marca di zecchiero e diversa dalle precedenti nella leggenda del rovescio CIVIUM ROMANORUM COLONIA.

Tav. XXX, n.o 113. Monetuccia inferiore colla testa del Duca da un lato e ALEX. FAR. - Donna con asta nella sinistra e scudo alla destra coll'arme della Comunità, e PAR. ET PLAC. DUX III.

Agli scudi d'oro che battevansi in Italia si erano sostituite monete da due scudi che per equivalere a due furono chiamati doppie e anche doble. Il nostro Duca ne fece battere nella zecca di Parma. In un lato come si osserva alla Tav. XXX, n.o 114 vi è la testa del Principe, e ALEX. FAR. PLA. DUX III: nell'altro l'arme solita e S. R. E. CONF. PERPETUUS.

Un Principe che difendeva sì valorosamente gli Stati altrui, conoscitore eccellente delle fortificazioni, sì di offesa che di schermo non poteva trascurare la sicurezza de' suoi Dominj, e quindi nel luogo disegnato dall'avolo Pier-Luigi edificò il castello che presentemente si vede. Per serbare la memoria ditale importante avvenimento venne coniato un bel ducatone che è quello della Tavola XXXI, n.o 115 così rappresentato. Busto del Duca, e ALEXANDER FARN. DUX III PAR. PLAC. ETC. - Il nuovo castello e AD CIVITAT. DITIONISQ. PARM. TUTEL. MUNIRE EXTR. Sotto il castello, entro il campo, l'anno 1591 con due lettere A. C. Forse indicanti il giojelliere Andrea Casalino, che secondo una lettera del Duca doveva fin dal 1587 formare i coni delle sue monete.

Sotto la dominazione del Farnese Alessandro non occorse di promulgare alcun Bando per la proscrizione delle monete forestiere, giacchè dopo le precauzioni usate da Pier-Luigi, e dalla Comunità riguardo alle piccole monete Reggiane e Modenesi, e la diminuzione fatta del valore ai ducati d'oro di Portogallo, che inondavano lo Stato, dietro lo esperimento ordinato dalla Comunità; e dopo l'esame di altre monete Mirandolane, furono poco a poco dalla diligenza continua di veglianti cittadini tolti così fatti abusi.

A tale oggetto importante furono prescelti Deputati, per fare eseguire «il saggio di tutti li dinari novi tanto d'oro quanto d'argento, che saranno introdotti in questa Città, et massimamente di quelli dove conosceranno qualche sospetto affinchè la Città non si riempia di tristi Denari, et che tutti si spendino per la giusta valuta loro, et così sia provvisto alla indennità comune, chiedendo in ciò l'autorità de' Superiori quando sarà bisogno».

Dietro tali misure altre somiglianti furono continuate, ed avvenuto nel 1559 un cambiamento di Denaro del Pubblico, i Provveditori alla zecca vollero prima pesate e bollate le monete in testimonio di loro bontà, e le cure del Duca Ottavio e della Comunità ad uno scopo congiunte tennero sempre lontano la forestiera moneta, o altra cattiva. Lo zelo del pubblico bene giunse persino a costituire nell'anno 1574 cento lire di annuo stipendio all'orefice Gianfrancesco Garimberto perchè prendesse il saggio di qualunque forestiera moneta entrasse in Città, al quale incarico per molti anni egli adempì fedelmente. Quindi non è maraviglia se così incamminato questo ramo importantissimo di gelosa politica, sotto al terzo Farnese non sorsero abusi, e quindi non Gride o Bandi a bravarli ed estirparli.

Ma breve fu la comparsa e la pompa di quest'astro luminoso che sull'orizzonte Europeo vibrò così vividi i raggi e percosse gli occhi degli attoniti risguardanti. Distratto sempre Alessandro dalla guerra forestiera, sempre quasi contro gli eretici non potè goder egli tranquillo del paterno retaggio, e far godere a' sudditi la presenza delle sue singolari virtù. Un colpo di moschetto lo trascinò infermo, e pocostante morì, di poco oltrepassato il quarantesimo anno della età sua, gloriosa presso Dio, presso i suoi sudditi dolenti, presso gli stessi nemici maravigliati, e giusti estimatori di un merito trascendente.

Sotto il suo Governo lo scudo d'oro ottenne l'aumento che sotto Ottavio era prima di lire cinque e soldi diciassette, sino alle lire sette e soldi quattro.

In questi tempi venne fermato uno stabile paragone dello scudo d'oro in oro, e del ducato d'oro, paragone che riguardava all'osservanza di un punto di legge comune, convalidato dalla Rubrica De melioramento Monetæ, non petendo nisi in Dotibus, inserita nel Libro II de' nostri Statuti. Pertanto occorrendo un nuovo pagamento dipendente da antico contratto qualunque, eccetto il Dotale, doveva farsi il pagamento secondo il numero delle lire prima convenuto, pagabili sempre di tempo in tempo a moneta corrente, la quale poscia peggiorando ne veniva ai posteri un notabile danno, ricevendosi nel pagamento di certa somma il vero numero bensì delle lire già dei loro antecessori sborsato, ma non il vero valore, atteso la qualità della moneta rimasta uguale nel peso e bontà, ma alterata nell'aumento del valore rappresentativo. Questa fu colpa, ma non di Alessandro occupato dal continuo strepito delle armi, né de' cittadini Parmigiani destinati alla somma delle cose, ma sì dell'umana natura che circoscritta e limitata non può a tutto perfettamente prestarsi.

Meritò dopo morte, Alessandro, la riconoscenza della sua operosa vita ed illustre, ripetuta in una bella medaglia. Nel diritto mirasi il busto del cattolico Re circondato dalla iscrizione PHILIPPUS D. G. HISPAN. REX. Nel rovescio il busto d'Alessandro armato e intorno le parole ALEXANDER FARNES. PAR. PLA. DUX.

Tra i bronzi postumi in onore del Duca Alessandro trovasi la medaglia pubblicata dal P. Piovene nel Torno IX del Museo Farnese, dove si vede il suo busto colle parole ALEXANDER FARNESIUS PLAC. ET PAR. DUX III. Nel rovescio è una statua equestre sopra una base, e PLACENTINI CIVES OPTIMO PRINCIPI, e nell'esergo FRAN.CUS MOCHIUS F. Francesco Mocchi da Montevarchi giurisdizione di Firenze.

Chi formò tal medaglia, è lo stesso che fece nell'anno 1612 le due famose statue equestri del Duca Alessandro e del Duca Ranuccio suo figliuolo, e il descritto rovescio appunto accenna la formazione della statua d'Alessandro poscia alzata nella piazza di Piacenza l'anno 1624.

Chi non ammirerà quell'immensa fatica dell'arte, e non sentirà per le ossa e nell'anima un fremito di giocondità, e un invito dell'intelletto alle idee più nobili e sublimi, O se miri i collossali cavalli, ardenti, sbuffanti, superbi dell'onorato peso; o gli eroi che magnanimo ardire spiranti ti risvegliano alla mente i trionfi delle Gallie e de' Belgi, di cui pure ti parlano le istoriate basi nel rilevato metallo. Nè dalla magnifica piazza di Piacenza tu partirai senza ringraziare l'immortalità che nelle sue pagine ha scritto il glorioso nome del benemerito da Montevarchi.

CAPO IV.

Monete di Ranuzio I Farnese, IV Duca di Parma, e Tariffe.

Al Principe Alessandro succeduto era nell'età d'anni ventiquattro il figliuolo Ranuzio, Principe nell'ardor delle battaglie coraggioso quanto il Padre, e accorto negli affari dello Stato più assai; ma di quello meno generoso, meno aperto, e moderato, mescendo ad un carattere nobile e fermo, una condotta sospettosa, cupa ed austera. Tra le sue Costituzioni: «De Magistratu reddituum,» il Capitolo XXV impone la cura del conio del corso e del valore delle monete al Magistrato. Si osservi frattanto come lo scudo d'oro effettivo era nel precedente anno 1593 salito al valore di lire sette e soldi sei, così stabilito a tutto l'anno 1596. Ma l'introduzione delle doppie aveva ormai fatto lasciare la stampa degli scudi, cosicchè questi si andavano perdendo, e solo rimasero una moneta ideale, accadendo di questi come del ducato d'oro, che era già stato altro il ducato in oro, altro il ducato in moneta. Pertanto lo scudo d'oro in oro andava crescendo, e quello in moneta si fermò alle lire sette e soldi sei di cui si è fatto uso e norma ne' contratti sino presso all'anno 1800. Però da principio sostituironsi i ducatoni d'argento rappresentanti appunto la somma di lire sette, e soldi sei, ma dopo il 1600 questo pure effettivo venne alterato, onde poscia sotto il Duca Odoardo venne creata la moneta d'argento, lo scudo, anche questo poscia, come non più rappresentante della stabilita somma, abbandonato.

Ranuzio adunque il 26 ottobre 1595 affittò la Zecca Parmigiana a Michele Guardini, ma pare che questo contratto fosse disciolto. Il nuovo zecchiero Paolo Scarpa coniò le ordinate monete, cioè doble d'oro, ducatoni d'argento, mezzi ducatoni, quarti, giustine da soldi 40, e mezzo giustine da 20 soldi, giulj da soldi 10, cavaIlotti da soldi sei, parpagliole da soldi 2 denari 6, pezzi da soldi 1, da denari sei e tre. Era la doppia, a tenore della Zecca di Milano, detta doppia perchè contenente il valore e peso di due scudi d'oro. Delle doppie però da due, da quattro, da Otto scudi, delle mezze giustine, de' giulj, delle parpagiole non si è trovato moneta alcuna, sicchè sorge il dubbio giustissimo se sieno mai esistite fuorchè di nome. Le nostre doppie si valutarono lire 13 e soldi 2, e il ducatone di Parma, siccome quelli di Savoja, Piacenza e Mantova nel 1598 di peso denari 26 e grani 6, valutavasi lire cinque, soldi 9, denari 6.

Una Grida del 29 novembre 1596 aveva stabilito e comandato il valore delle principali monete straniere, così:

Doppia d'oro di Spagna Lire 17. 14.
Doppia d'oro delle 5 stampe, cioè di Roma, Venezia, Genova, Firenze, e pare di Piacenza ,, 17. 12.
Altre Doppie d'Italia ,, 17. 14.
Ducatone ,, 7. 6.

Questa Grida era estesa al Ducato Parmigiano e allo Stato Pallavicino. Per gli abusi correnti anche sulle monete forestiere venne rinovata li 12 aprile 1600, e furono tassate alcune monete di Correggio, di Sabbioneta, di Guastalla, e alcune altre. Pare che, ad imitazione d'altra città, in Parma si coniassero degli ongari, cioè delle monete d'oro, così dette, perchè somiglianti a ducati battuti in Ungheria, trovandosi disegnato nel Museo Imperiale di Vienna un ongaro di Parma, colle iniziali dello zecchiero P. S. Paolo Scarpa. Tavola XXXII, n.o 116. Figura d'uomo armato, solito distintivo dell'ongaro, tra i piedi del quale, P. S., e all'intorno RAN. FARNE. PAR. ET P. DUX IIII. - Mezza figura di Maria Vergine coi Bambino circondata dalle parole * SUB * TVVM PRAESI.

Il Duca nel 1602 affittò la Zecca a Paolo Salvatico nobile Modonese con capitoli degli 8 febbrajo risguardanti doble, ducatoni, mezzi, quarti, monete da 40, 20 e 10. Ma oltre queste monete devesi annoverare, anzi preferire un ongaro pure rappresentato nel Museo Imperiale. Tavola XXXII, n.o 117. Uomo armato, e RAN. FARNE. PAR. ET P. DVX IIII. - Arme Farnese coronata e fregiata del Toson d'oro senza leggenda, ma coll'anno 1602, separate egualmente le quattro cifre a' fianchi dell'arme. Alcuni mercanti diedero incombenza al Selvatico, trovandovi utilità, di battere argento a loro conto in diverse monete. Era uscito il giulio da soldi 10.

Tav. XXXII e XXXIII, n.o 118 e 119. Questi sono due giulj, i quali convengono nel diritto per l'arme ducale fiancheggiata dalle lettere L. S. colle parole in giro RAN. FARNE. PAR. ET P. DVX IIII. Diverse nel rovescio dove sta S. Ilario in piedi, figura di taglio differente in ambedue, e la leggenda in uno S. HILARIVS PAR. PROTE., e nell'altro S. HILARIVS PARME PROTETO. Ad istanza e vantaggio di un ebreo Levantino, Jacob Zatti, fu qui battuta una moneta assomigliantesi ai detti giulj della bontà stessa relativa della giustina, mezza-giustina e giulio, e che a conoscer questo dall'altra vi si scrivesse - Moneta da soldi nove -.

Altre monete cercò l'ebreo, ma venne poi cambiata idea sulla qualità della pasta. La moneta da soldi 9. Tav. XXXIII, n.o 120 porta l'arma ducale, sotto cui - M. D. SOL. NOVE - in cerchio al solito RAN. FARNE. PAR. ET P. DVX IIII, e l'immagine di Sant'Ilario colle parole S. HILARIVS PAR. PROTETOR. Le altre monete dell'ebreo non vengono rammentate da alcun museo. Altre monete furono qui ordinate e battute, ma levatosi rumore ai di fuori per la loro bontà, e, dietro esame, trovatele deteriori nel ragguaglio al peso di Milano, furono stipulate nuove convenzioni per comando di S. A. S. atte a correggere il danaro coniato per conto della zecca non che de' forestieri. È certa l'esistenza della doppia da una tariffa pubblicata in Milano dal Duca di Feria ai 26 aprile 1622 che ricorda « la dobla del Duca Ranuzio»  di bontà di carrati 21,18, del peso di denari 5, gr. 8, valutata allora in Milano lire 13, sol. 2.

Tavola XXXIII, n.o 121. Il ducatone d'oro del 1604 del Museo Imperiale porta impresso il busto armato del Duca, e RAIN. FARN. PAR. ET PLAC. DVX IIII. Un cespuglio da cui sorgono tre piante di gigli con due figure d'uomo e donna armate, che alzano sopra i gigli una corona. Il motto all'intorno QVESITAM MERITIS, e nell'esergo 1604 fra le lettere L. S., Paolo Selvatico. Tav. XXXIV, n.o 122, 123. Il soldo per quello del Museo Zanetti di 20 grani bolognesi, ove nell'arme ducale comincia a vedersi nel mezzo inalzato lo scudo di Portogallo e RA. F. PA. P. DVX IIII. - Mezza figura di S. Tommaso e intorno S. THOME P. PROT.

Tav. XXXIV, n.o 124. Il quattrino mostra l'arme colle lettere RA. F. PAR. PIA. D. IIII. - Mezza figura di un santo vescovo e intorno S. HILARIVS PAR. PROT. pesa 10 grani bolognesi.

Tav. XXXIV, n.o 125. Nel Museo di Pietro Borghesi di Savignano fu scoperto un testone (il terzo del tallero, che però in Parma non è stato forse coniato mai) da soldi 33, den. 4, e merita osservazione il trovarsi nel rovescio la Vergine incoronata, colla solita marca L. S. e l'anno 1604, ma nel diritto invece di Ranuzio la testa del padre Alessandro. Il suo peso, perchè alquanto consunta, è i soli 163 grani bolognesi. Le monete da soldi 10 e 5 saranno state proporzionate al tallero.

Così progredivano i lavori nella zecca Parmense quando Paolo Selvatico venne qui a morte, e le ceneri furono da figli trasportate a Modena nella chiesa del Carmine lo stesso anno 1606.

Fu esposta una tariffa delle monete forestiere esaminate alla nostra zecca, vietando sotto le pene dei Ducali bandi lo alterarle sia nel presentare che nel ricevere; e dopo questa ne furono notificate altre due nell'anno 1609, dalle quali apparisce avere avuto allo stesso tempo le monete tre corsi differenti, uno tollerato, e fu il più lungo, quello onde pagavasi il sale più breve, quello delle gabelle più ristretto.

Nel 6 gennaio 1614 fu affittata la zecca ad Agostino Rivarolo e Gianfrancesco Ferrari, genovesi, coll'obbligo di battere le stesse monete volute dal Duca descritte nella Nota del 10 febbrajo 1604 della stessa bontà e peso. Di questi due zecchieri trovasi soio alcuni ducatoni semplici e doppj, ora co' nomi separati, ora congiunti de' medesimi, conservanti l'impronta del vecchio battuto nel 1604, cioè il busto del Duca e il cespuglio dei gigli coronato dalle due figure armate col motto QVESITAM MERITIS.

Tav. XXXV, n.o 126. Il primo doppio porta nell'esergo del rovescio l'anno 1614 tra due lettere A. R., Agostino Rivarolo. Il secondo doppio porta l'anno 1615 colle lettere G. F. F., Gianfrancesco Ferrari.

Tav. XXXVI, n.o 127. 11 terzo disegnato tra le monete d'argento dell'Imperiale Museo col medesimo anno 1615, fra le marche d'ambidue i zecchieri G. F. - A. R.

Tav. XXXVII, n.o 128. Il quarto è simile al primo contrassegnato col 1616, colla sola marca A. R.

Tav. XXXVII, n.o 129. Il quinto che trovasi doppio anche nel Museo di Parma ha la marca stessa coll'anno 1617.

Sopra i cavallotti colla testa del Duca Alessandro è stato detto nel capitolo antecedente.

Cresciuta frattanto l'alterazione abusiva delle monete furono usate scrupolose diligenze a rimediarvi, osservando e comandando l'esatto peso e bontà dello scudo in oro corrente a norma della zecca di Milano. Con altra Ordinazione poi del 1616 fu distinto il valor vero delle monete, e il valor tollerato, in Parma, Borgo San Donnino e Stato di Busseto. Nello stesso tempo a dar vigore a tale decisione furono minacciate a' trasgressori, niuna classe di persone eccettuata, e nessuna circostanza, diverse pene pecuniarie e personali, vietato lo spendere nuove monete, se prima non riconosciute da' Ministri Camerali, e la uniformità del valore: fu intimata ancora a' bottegaj e banchieri, ottimo e sapiente divisamento sebbene reso vano dalla fraude dell'avarizia. Fu comandata pure la denunzia e consegna delle monete false o tosate colle uguali pene agli altri con travventori.

Non eseguito nel 1617 un proposto contratto, entrò alla direzione della zecca Magno figlio di Gioanni Lippi, tedesco, che aveva poco prima portata a Parma l'arte di battere e filar l'oro, ripetendo con alcune rodificazioni ed aggiunte gli antichi regolamenti e stabilendo la quantità diversa delle diverse monete da fabbricarsi. Ma questo contratto quantunque stabilito nel 1618 non venne condotto a termine se non l'anno 1620 in cui fu eletto Commissario Mario Araldo, Soprastante Curzio Pucci, Saggiatore Pier-Maria Gazzaniga, e Deputati ed Assistenti ai saggi per la Comunità, il Cavalier Garimberti, Giambattista Linati e Ottavio Lalatta, secondo le istruzioni del due luglio anno medesimo 1620.

Da tal mese sino a dicembre furono continuamente saggiate dal Gazzaniga, giustine, mezze-giustine e cavallotti, e il nuovo ducatone fu per la prima volta provato il giorno 3 dicembre della bontà d'oncie 11, denari 11½. Non si conosce, parmi, se questo sia il ducatone del Duca Ranuzio, chiamato dalla nave, di cui sarà detto nel venturo capitolo. Sta scritto però in alcune note 1626. « Il rovescio del nuovo ducatone di Parma il maggiore, e più grosso de' quali ha il taglio d'una nave con vele gonfie et un vento, e l'altro più piccolo ha il taglio d'una testa che soffia vento» . Merita somma lode l'invariabile sistema della zecca mantenuto dalla sagacia e giustizia del Duca Ranuzio (sino alla sua morte avvenuta alli 5 marzo 1622) giacchè le monete furono sempre, durante il suo reggimento, con gelosia serbate inalterabili nella qualità e bontà, e tanto più ciò deve ammirarsi stantechè negli altri Stati le monete migliorate non mai decadute dalla primitiva eccellenza andavano così degradando, che da' migliori economici politici governi venivano rimandate e rifiutate, e del tutto abolite.

Pertanto la nostra moneta, nel periodo presente veniva ovunque volontieri accolta e ricercata, quella d'oro e d'argento soprattutto.

Quindi in Milano, allora sotto la denominazione Spagnuola, venne emanata una Grida dal Duca di Feria il giorno 26 aprile 1620 così indicante il prezzo di Parmigiane monete.

La Doppia d'oro del Duca Ranuccio Farnese di peso de din. 5, gr. 8, a bontà di car. 21, 18 Lir. 13. 2.
Doppia d'oro da due del Sig. Duca di Parma, e Piacenza con lettere: Ranut. Farn. Piacent. P. Dux 4. S. R. Eccl. Conf. den. 10, gr. 18, bontà di car. 21, 1812.1 ,, 26. 7.
Scudo d'oro alla detta bontà di peso de den. 2, gr. 16 ,, 6. 11.
Ducatone di peso de oncie una, denari 2, grani 2, a bontà di oncie 11, 10 ,, 5. 11.
Ducatone di Parma con l'effigie di detto Duca et lettere Rainut. Far. Par. et Plac. Dux 1606, e dall'altra Quesitam meritis, e due figure in piedi armate, che tengono una corona sopra tre piante di Gigli, di peso di oncie 1, den. 2, 2, a bontà de oncie 11, den. 9½ ,, 5. 11.
Il mezzo Ducatone et quarto alla rata.

Così rimane chiusa la serie delle monete coniate e riformate e riviste sotto il Dominio del quarto Principe Farnese, al quale se può venir meno la gloria per dubbj insorti sulla sua condotta politica in alcuno avvenimento del suo Principato, rimarrà indelebile quella dello avere colla stabilità e perfezione del monetario sistema assicurata la calma, la fiducia de' buoni sudditi, il commercio esterno, ed infrenando il raggiro e l'avidità, cui sarà sempre gran vanto il comprimere, non potendosi togliere per l'acutezza dell'umano pervertimento.



Note:

... vanto1.1
Parma cambiò questa gloria con poco grano. Sui danni nati dalla coltivazione de' monti vedi il bellissimo trattato dell'Acque correnti del C. Mengotti.
... Gonfalone,10.1
Il Gonfalone era una bandiera che le Chiese innalzavano un tempo per chiamare soldati e vassalli a difesa de' loro dominj. Era pure il vessillo principale, nel Medio Evo, delle Città erette a Repubblica. Gonfalonieri appellavansi quelli che li portavano. Gonfalonieri ancora erano a Firenze a Siena a Lucca i capi della Repubblica. Il Gonfalone di cui qui si parla era distintivo del Generale di Santa Chiesa, alla quale dignità era annessa un'onorevole retribuzione pecuniaria.
... E.10.2
Io crederei, la Donna coronata fosse la Spagna, che placata delle magnanime gesta de' Farnesi depose gli antichi sdegni guerrieri e i politici sospetti, il qual atto viene figurato dalla spada rovesciata; e che l'altra Donna armata fosse il Simbolo di Parma la quale mercè le sollecitudini politiche di Ottavio, e le imprese militari del figlio Alessandro venne reintegrata nel suo dominio; maravigliate, l'una di aver tanto concesso benchè più forte, l'altra di aver tanto ottenuto benchè più debole, al che benissimo allude il FELIX PORTENTUM.
... campo.10.3
Sì in questa che in altra moneta il Torello tra gigli, indica forse la felicità della agricoltura (della quale prima ricchezza è il grosso bestiame) protetta e promossa dal Principe Farnese.
... fondamento,11.1
Non pare diffatti che a' soldati, divisi per compagnie di numero stabilito e conosciuto, dei quali al venire o alla partenza era informato il Comune ed obbligato ad una inalterabile distribuzione di foraggio e di vitto, occorressero ad impedire disordini queste regolatrici tessere. L'unione ancora de' soldati non dispersi per la città o campagna, siccome i poveri, a due a tre a quattro ecc. rende ancora meno probabile, questo provvedimento ad uso de' soldati stessi, oltre altri motivi.
... 1812.1
Questa Doppia da due appartiene alla Zecca di Piacenza uniformandosi in tutto nella leggenda a quella del Museo Imperiale.



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