Aggiunte alla zecca e moneta parmigiana del Padre Ireneo Affo

Comm. Michele Lopez

Firenze, 1869


Indice

PARTE I

Aggiunte alla zecca e moneta parmigiana del Padre Ireneo Affò

CAPITOLO I

Monete dei Signori di Parma

Carlo Magno

Il nostro celebre Affò non conobbe le monete d'argento di Carlo Magno battute col nome di Parma, ritrovate in Francia nel 1840 e negli anni successivi. Questi denari fanno congetturare, specialmente per l'arte con cui sono lavorati, che Parma coniasse monete fin dal IX secolo. Anzi, si potrebbe supporre che la nostra città aprisse zecca ai tempi di Re Desiderio. Essendo nota ai numismatici la moneta aurea battuta in Piacenza dal suddetto re, si può pensare che Parma, certamente non inferiore a Piacenza in epoca longobardica, come sede di un Duca, di un Gastaldo e di una Curia, avesse anch'essa una propria officina monetaria. Volendocisi appoggiare anche alla denominazione di Crisopoli di cui i greci di Narsete la credettero degna e che conservò anche dopo, si può concludere che a quei tempi Parma fu al pari di Piacenza splendida e ricca. Ché se monete longobarde non si conoscono di Parma, questa non è ragione sufficiente per distruggere la precedente congettura.

Carlo Magno due volte soltanto si fermò in Parma: l'una nel 781 allorché si incontro col celebre Alcuino, l'altra nel 787. E' probabile che in uno di questi due soggiorni i parmigiani chiedessero il diritto di batter moneta, o ne domandassero la conferma.

La prima moneta nota mostra al diritto il nome CARo-LVS, scritto in due linee come di solito si trova nelle monete di questo re, entro un circolo granito; al rovescio, le lettere R F (Rex Francorum), sopra ed in mezzo alle quali leggesi PARM in minuti caratteri, il tutto circondato da granitura (Sez. II, Tav. I, n. 1). La moneta, già nella collezione Dassy, fu dal Pigorini acquistata per il Museo di Parma.

L'altro denaro, probabilmente posteriore, ha il diritto perfettamente simile a quello del precedente, mentre il rovescio è quasi tutto occupato da una croce patente accantonata dalle lettere PARM entro un circolo granito (Sez. II, Tav. I, n. 2). Questa seconda moneta si mostra meno antica e rozza della precedente, la quale probabilmente non fu battuta prima del 781, anno in cui il monarca toccò per la prima volta la nostra città.

Federico II Imperatore

Da Carlo Magno fino a Corrado I Augusto non si conoscono finora monete coniate a Parma; ed è anche incerto se i soldi parmigiani di cui parla il Chronicon Parmense all'anno 1085 fossero coniati dal Vescovo o dal popolo. Riteniamo, contro il parere di altri numismatici, che si possa identificare invece con sicurezza il vittorino coniato da Federico II nell'effimera città di Vittoria con la moneta simile ai denari battuti dallo stesso Imperatore in Milano. Tre sono le varianti note della moneta in discorso: 1) un denaro d'argento mostrante al diritto le lettere FED-ROMA-RVM scritta in tre linee sormontate da una luna crescente fra due globetti, e chiuse da un'altra luna crescente rovesciata, pure fra due globetti, il tutto entro un circolo di granitura; nel rovescio, • S. VICTORIS • in giro, e nel campo, entro un simile circolo, le lettere I. P. R. T. (Imperator) situate in croce in mezzo alle quali sta una stella (Sez. II, Tav. I, n. 3); 2) in questa, l'iscrizione FED-ROMA-RVM sta frammezzo a tre globetti uniti accostati da due punti e nel rovescio la prima S è rovesciata, mentre invece della stella vi è un globetto; 3) in tutto simile alla precedente tranne che vi si legge ROMA-NUM.

Periodo Comunale

Giberto da Gente, Podestà di Parma dal 1253 al 1259, fece coniare monete impiccolite con grave danno della città nostra. Inclino a crede di questi tempi una monetuccia di bassissima lega del peso di grammi 0,37 avente nel ritto la solita porta di città con attorno le lettere • P.A.R.M.A. precedute da una crocetta, e le stesse lettere e crocetta ripetute nel rovescio; il tutto, entro circoli di granitura (Sez. II, Tav. I, n. 4). Questa moneta pare appunto il denaro impicciolito di Giberto, sia per essere di peso e qualità inferiori persino ai falsificati, sia perché, non palesando segni né chiaramente guelfi né ghibellini, rammenta il carattere subdolo di quel podestà che tenne astutamente dall'una parte e dall'altra.

Con sicurezza attribuisco al 1319 una monetina finora ignota e praticamente già descritta dal Chronicon che le assegna l'appellativo volgare di torellino (« quia imago torelli erat ab una parte et ah alia quaedam crux parva cum litteris solitis » ). Infatti nella nostra moneta si vedono al diritto le lettere • P.A.R.M.A., un torello passante verso sinistra e sopra, nel campo, lo stemma della città fra due globetti, il tutto entro circolo di granitura; nel rovescio, la parola IMPERATOR e una croce patente piuttosto larga, accantonata da due globetti entro analogo circolo (Sez. II, Tav. I, n. 5). Probabilmente la moneta è un parmense piccolo, tre dei quali valevano un imperiale. Ovviamente il torello ricorda Torello da Strada, benemerito podestà del 1221; interessante è notare che per la prima volta lo stemma della città portante una croce compare nelle nostre monete. Crediamo poi, contriaramente all'Affò, che il torellino con le parole CIVITAS nel diritto e PARME nel rovescio sia da datare al 1322 (Sez. I, Tav. IV., n. 14), stante la sua grande rassomiglianza con l'altro, guelfo, descritto sopra.

Giovanni Re di Boemia

Scrive il Chronicon che nell'agosto del 1331 furono coniati « in civitate Parmae»  un denaro argenteo ed un grosso che l'Affò chiaramente non conobbe. Quantunque le monete da me rinvenute siano mancanti del nome della nostra città, mi pare si possa dimostrare che esse furono qui battute. Il grosso (Sez. II, Tav. I, n. 6) ha da una parte il nome IOHANNES ed il busto del re di Boemia di tre quarti; dall'altra BOHEMIE REX scritto intorno al leone rampante di Boemia. E' d'argento, del diametro di 20 millimetri e pesa grammi 1,62. Nel denaro vi sono le stesse lettere ed i medesimi tipi (Sez. II, Tav. I, n. 7), ma la moneta è più piccola, del diametro di millimetri 17 e del peso di 6 decigrammi. Le due monete sono di zecca italiana, poiché le monete boeme dello stesso re hanno tutt'altro carattere. Che poi siano della nostra città sembrano dimostrarlo il peso che è lo stesso di quello di Giovanni XXII, lo stile identico ad altre monete nostrane contemporanee, la concordanza delle monete con la descrizione data dal Chronicon, la frequenza con cui i due conî si ritrovano nella nostra zona.

Si ritiene a questo punto opportuno dare notizia di una monetina parmigiana del sec. XIV: si tratta di un conio del diametro di 14 millimetri, sottilissimo, del peso di grammi 0,140, raffigurante al diritto una porta di città ad arco depresso munita di tre torri; per il campo tre globetti sparsi entro un circolo di granitura; all'intorno PARMA, entro altro circolo simile. Al rovescio vi è una I fra due piccole stelle e, sotto, una croce mal fatta, decussata, il tutto entro un circolo di granitura. Credo che si avvicini al vero il dotto numismatico milanese, Cav. Brambuia, il quale mostra di crederla quella debilis et frivola moneta che Rolando de Rossi, Vicario di Giovanni Re di Boemia, fece battere dopo l'ottobre del 1333. (V. Chronicon Parmense).

Signori da Correggio

La moneta che Ireneo Affò (v. Tav. IV, n. 13) riprodusse credendola battuta dagli Scaligeri veronesi, mi sembra invece un aquilino dei Signori da Correggio. Avendo avuto la fortuna di porre in questo Regio Museo un esemplare ben conservato di detta moneta (Sez. II, Tav. I, n. 8), appare evidente nel suo rovescio uno stemma con larga fascia che ricaica quello dei Signori da Correggio, dominatori di Parma (fascia bianca in campo rosso). Al ritto è la parola CIVITAS fra due circoli di granitura, preceduta da una piccola croce e da una stelletta fra due punti, e seguita da un'altra stelletta pure fra due punti. Nel campo, un'aquila con le ali aperte. La moneta è d'argento, del diametro di 18 millimetri, e pesa 92 centigrammi.

Il 21 di maggio dell'anno 1341 Azzo da Correggio, capo della congiura contro il Governo Scaligero, riuscì a scatenare la rivolta che il giorno dopo costringeva alla fuga gli scaligeriani. L'Affò non conobbe la moneta che commemora questo avvenimento, caduto nel giorno della festa di San Bovo. Su una faccia si vede il busto di S. Bovo, di tre quarti a sinistra, circondato dalle lettere .S.B.O.V.V.S; sull'altra è la croce parmense accantonata da due globetti con attorno le lettere D. PARMA. (Sez. II, Tav. I, n. 9). Tale moneta è senza dubbio un mezzano piccolo; è di rame con poco argento, ha 14 millimetri di diametro e pesa grammi 0,35. Da tutto questo consegue che i da Correggio tennero aperta la zecca in Parma.

Bernabò Visconti

L'Affò ritenne che la nostra zecca fosse rimasta oziosa durante il dominio visconteo, ma il Conte Pallastrelli per primo mostrò come fosse errata l'opinione del nostro storico, pubblicando in Piacenza (1856) una moneta, che riproduciamo noi pure. (Sez. II, Tav. I, n. 10), coniata in Parma da Bernabò Visconti. Nel campo del diritto, entro un circolo di granitura, si legge: BE (Bernabos) e VICECOMES in giro. Nel rovescio, - P.A.R.M.A. intorno ad una porta di città con un solo arco, munita di torri sormontate da palle; nel campo, tre globetti, il tutto entro circolo perlato. E' di rame quasi puro, e del diametro di 13 millimetri; pesa grammi 0,350. Ben riteneva il Conte Pallastrelli che questa moneta (un mezzano, o mezzo denaro imperiale) non potesse esser coniata che tra il 1355 e il 1373, anno in cui Bernabò cedette Parma in signoria al figlio suo Carlo.

Reggimento popolare

A proposito del periodo in cui Parma fu sotto il dominio del nuovo Duca di Milano Filippo Maria Visconti (1421-1447), riteniamo infondate le critiche rivolte dal Pezzana (Storia di Parma, Tomo II, pag. 229) all'Affò che, a suo avviso, avrebbe sbagliato nell'assenire che nel 1438 la lira parmigiana era minore della milanese. L'asserzione dell'Affò invece non è erronea, poiché fu dal Sittoni dimostrato che il ducato d'oro valeva in Milano, nel detto anno, lire 2 e denari 4, mentre equivaleva a lire 3 in Parma.

Morto Filippo Maria, i parmigiani dichiararono solennemente di volersi reggere in libero Stato. Tra le deliberazioni che vennero prese in quei giorni vi fu quella di ristabilire la zecca. Delle monete battute in quei giorni una sola, ignota all'Affò, è giunta fino a noi: mostra al diritto la scritta S. ILARIVS. EPISCOPVS, ed il busto di questo Santo entro circolo granito; nel rovescio • PARMA LIBERA. •, croce fogliata, fiorita entro circolo di granitura (Sez. II, Tav. I, n. 11). E' di lega, ha 17 millimetri di diametro e pesa grammi 0,86. Da questi ultimi dati appare evidente che questa monetina doveva avere nome e valore uguali alle treline che si battevano in Milano, 260 delle quali componevano il fiorino.

Francesco Sforza

Arresasi Parma a Francesco Sforza (9 febbraio 1449), la nostra comunità ebbe facoltà di continuare a battere monete che non ci sono d'altra parte pervenute, almeno nei conî d'oro e d'argento. Invece è giunto al nostro Museo un piccolo conio inedito e rarissimo: ha al diritto una croce fogliata circondata dalle lettere .F. S. VI. COMES (Franciscus Sfortia Vice Comes); ha al rovescio: • DE. PARMA. Nel campo è una grande P. È di lega, ha 14,5 millimetri di diametro e pesa grammi 0,37 (Sez. II, Tav. I, n. 12). E' da notare il rovescio di questa monetina, in cui compare l'iniziale del nome della città, fatto insolito, non solo in Parma, ma in tutte le zecche dell'Alta Italia. Vedrei in questo tipo un segno della furberia dello Sforza il quale, invece di voler ripetute come a Milano le iniziali del proprio nome, volle accattivarsi la simpatia dei parmigiani consentendo loro di ripetere l'iniziale del nome della loro città.

Giulio II

Datasi Parma all'ubbidienza della Chiesa (1512), la nostra zecca fu certamente riaperta, anche se l'Affò, il quale non conobbe monete parmigiane di quei tempi, espresse parere contrario.

Fu da noi acquistata una monetina avente su una faccia la scritta COMVNITAS PARMAE 1513, in cinque linee entro corona d'alloro sormontata da una piccola croce, e sull'altra le parole SANCTVS HILARIVS disposte intorno al busto del Santo.

Questa moneta è di lega, ha un diametro di 16 millimetri e pesa 3 decigrammi (Sez. II, Tav. II, n. 1). La moneta, dato che Giulio II aveva concesso ai parmigiani potestà di riaprire la zecca, deve risalire ai primi due mesi del 1513, che furono gli ultimi della vita di quel Pontefice. Non può infatti essere ascritta al suo successore Leone X, il quale soltanto il 16 marzo 1514 approvò i capitoli del rogito che affittava la zecca al nobile Giambattista Giandemaria. La moneta testè descritta è un quattrino che consente di datare al Regno di Giulio II anche quello che l'Affò collocò tra i coni di data incerta (Tav. XIV, n. 53), poiché il diritto è identico in entrambi.

Leone X

Una delle prime monete uscite dalla nuova zecca fu quella che che l'Affò, pur senza conoscerla, credette essere un grosso da soldi tré, ossia un terzo di giulio, conio rarissimo che fu pubblicato dal Pezzana e che riproduciamo (Sez. II, Tav. II, n. 2). Eccone la descrizione: al diritto, LEO. X. PON-MAXIMVS. scudo mediceo sormontato da due chiavi decussate e dalla tiara pontificia; al rovescio, ECCE. AGNVS-DEI. mezza figura di S. Giovanni Battista. La moneta è d'argento, ha 20 millimetri di diametro e pesa grammi 1,9 (cioè: denari 1 e grani 13).

In questi tempi per la prima volta fu battuta in Parma la moneta di puro rame che venne chiamata bagarone che mostra singolare analogia con quella moneta che l'Affò riprodusse (Tav. XIV, n. 52) senza per altro datarla con sicurezza. Riteniamo che quest'ultimo conio sia un quattrino da ascriversi al periodo di pontificato di Leone X.

Particolare menzione merita una monetina d'oro finora inedita con impronte simili al citato quattrino; a differenza di questo, essa mostra al diritto la sigla EP, anziché EPS (Episcopus); inoltre essa non ha alcuno dei requisiti richiesti per la moneta d'oro dai capitoli d'affitto della nuova zecca. Perciò credo che questa moneta sia una prova del quattrino presentata a qualche personaggio illustre, o un capriccio del Giandemaria (Sez. II, Tav. II, n. 3).

Adriano VI

Ai parmigiani premeva molto di tenere operosa la zecca; perciò, subito dopo l'elezione del nuovo Pontefice (3 gennaio 1522), senza neppure attendere né l'incoronazione del Papa Adriano VI, né la sua approvazione, stipularono contratto coi fratelli De Gonzate, orefici e incisori parmigiani, che coniarono lo zecchino (o: ducato) d'oro, finora inedito (Sez. II, Tav. II, n. 4). Nel diritto si legge in giro IVLII. II PONT-MAX. MVNVS; nel campo si vedono le figure di S. Giovanni Battista e di S. Ilario in piedi che stringono colle destre un vessillo. Nell'esergo, PARMA; sopra il vessillo, 1522. Il rovescio rappresenta Cristo che incorona la Vergine; sotto, lo scudetto della città di Parma; intorno v'è la leggenda VERA REDEMPTIO. FIDA PROTECTIO.

Le parole del diritto sono le stesse che si leggevano nella petizione presentata dai legati parmigiani a Papa Giulio, concernente la facoltà di battere moneta. Lo zecchino perciò accenna ad una concessione anteriore e fu coniato per diritto già acquisito. Il diametro è di millimetri 21 ed il peso di denari 2 e grani 19 (grammi 3,44).

I fratelli De Gonzate condussero la nostra zecca soltanto per un anno; scontento di loro, il Comune la pose all'incanto e, nel maggio 1523, subentrò Antonio Ajani che pare affidasse tutta l'opera al valente artefice Gianfrancesco Bonzagni.

Penso di avere scoperto il quattrino menzionato nei capitoli del contratto con l'Ajani: è una monetina che pesa grammi 0,53, ossia circa la metà del sesino. Essa ha il diritto somigliante al n. 33 (v. Tav. IX) e il rovescio al n. 34 dell'Affò (Sez. II, Tav. II, n. 5).

Altra monetina finora sconosciuta credo sia il denarino di cui pure è cenno nel citato contratto. Da un lato è il busto di S. Ilario, per la prima volta con lunga barba; dall'altro è una croce fogliata con l'epigrafe in giro AVREA PARMA. Ed è da notare che questa epigrafe fu usata nella nostra zecca soltanto durante il Regno di Adriano VI (Sez. II, Tav. II, n. 6).

Per completare la serie delle monete indicate nel ricordato contratto, mancherebbero i bagaroni (di puro rame), ma ritengo che essi siano le monetuzze riportate dall'Affò fra quelle di attribuzione incerta (Tav. XV, n. 55). Il loro tipo ed il loro peso mi fanno credere di non andare errato.

Sede vacante

Morto Adriano VI, la zecca parmense continuò operosa sotto la direzione dell'Ajani: tale assiduo lavoro è testimoniato anche da una variante del terzo di giulio pubblicato dall'Affò (Tav. X, n. 37) in cui la varietà consiste nella mancanza del pastorale tra le mani di S. Ilario. Penso anche che la zecca abbia coniato in questo periodo (tra il settembre ed il novembre 1523) i bagaroni che l'Affò riportò al numero 57 della Tav. XV tra le monete d'incerto nome.

Clemente VII

Una bella moneta d'oro inedita, che io credo sia un ducato doppio, risale al pontificato di Clemente VII: reca al diritto lo scudo mediceo sormontato da chiavi e tiara, circondato dalla scritta CLEMENS. VII. PONTI. MAX.; al rovescio l'incoronazione dela Vergine con intorno il motto VERA. REDEMPTIO. FIDA. PROTECTIO. Sotto, PARMA - 1526. Alla destra, lo stemma del Comune di Parma; a sinistra, quello del legato pontificio Cardinal Salviati. E' di 22 millimetri di diametro e di 68 grammi di peso (Sez. II, Tav. II, n. 7).

CAPITOLO II

Monete dei Duchi di Parma

I FARNESE

Alessandro Farnese

Si conserva nel nostro Museo una rarissima doppia, che mostra da un lato la testa del Duca contornata dalla scritta ALEX. FAR. PAR. PLA. DVX III. ET. C., divisa da una rosetta; dall'altro, una allegoria della Sicurezza seduta presso un'ara; nell'esergo, vi sono le iniziali dello zecchiero P.S.2.1. Il tutto è racchiuso entro l'epigrafe SECVRITAS. POPVLI. PARMENSIS. (Sez. II, Tav. III, n. 1).

Dello stesso zecchiero si conserva una lira col diritto simile al rovescio della doppia pubblicata dall'Affò (v. Tav. XXX, n. 114) e col rovescio identico a quello della lira che si vede alla Tav. XXVI, n. 98 del nostro storico. Pare quindi che non regnasse allora molto ordine nella zecca parmigiana.

Una moneta finora inedita dello stesso intagliatore reca al diritto la solita arme del Duca con la scritta ALEX. FAR. PAR. ET PLACENTIA. DVX III.; al rovescio, l'incoronazione della Vergine sormontata dallo Spirito Santo, circondata dalla scritta PARMA. CIVIVM ROM. COLON.; nell'esergo, P. 80. S. (Sez. II, Tav. III, n. 2). Il numero 80 dell'esergo indica che la nostra zecca coniò monete da 80 soldi, ossia da quattro lire: forse è uno dei primi talleri da 80 soldi che si coniassero in Italia.

Ranuccio I

Parecchie monete di questo Duca, per la loro rarità, si sottrassero alle indagini dell'Affò. Dapprima mostriamo due monete d'argento che l'Affò nominò senza riuscire a vederle. Una è il tallero da X giuli (Sez. II, Tav. III, n. 3) che reca su una faccia lo stemma, la leggenda del Duca e l'indicazione del valore (GIVLI. X.); dall'altra, il busto di S. Vitale che l'incisore bolognese Romeo Bocchi, forse per adulazione, rese stranamente rassomigliante all'effige di Ranuccio I. La seconda moneta è il testone da soldi 33 e denari 4 (Sez. II, Tav. III, n. 4). L'Affò, non avendo veduto tale moneta, credette fosse quella stessa che egli pubblicò al n. 125 della Tav. XXXIV.

In questo R. Museo si conserva inedito un soldo che crediamo coniato dallo zecchiero Paolo Selvatico. Il diritto è simile a quello dei soldi già noti (v. Tav. XXXIV, n. 122); mentre al rovescio c'è la figura di S. Ilario benedicente.

Da un ducatone inedito del 1607, colle iniziali L. S., vediamo che Lodovico Selvatico, figlio di Paolo (morto nel 1606), continuò a condurre la zecca. I tipi di questa moneta sono simili a quelli del ducatone del 1604 (v. Tav. XXXIII, n. 121).

L'Affò non conobbe i quarantani coniati da Agostino Rivarolo e da Magno Lippi. Queste monete hanno al diritto l'epigrafe RAN. FARNE. PARMAE. ET PLAC. DVX. IIII. intorno all'arme del Duca, e nel rovescio la solita incoronazione con la leggenda PARMA: CIVIVM: ROMANOR: COLONIA. All'esergo portano, la prima le iniziali A.R. e l'anno 1616; la seconda M.L.

L'Affò non conobbe neppure il ducatone della nave, che ora è posseduto dal nostro Museo (Sez. II, Tav. III, n. 5). Da una parte è il busto del Duca a sinistra con la consueta leggenda; dall'altra ADVERSIS. PROVECTA. NOTIS. ed una nave a tre alberi. Nell'esergo .16. monogramma LL unito da una X lunata, .21. (il monogramma comprende evidentemente le lettere del cognome del tedesco Luca Xell).

E' del 1624 un altro ducatone inedito col busto di Ranuccio che il figlio suo Odoardo volle coniato. E' in tutto simile a quelli pubblicati dall'Affò (nn. 126-129) tranne nell'esergo in cui si leggono le iniziali A. A. (Agostino Aguani) e l'anno 1624.

Odoardo

Tra le falsificazioni, l'Affò citava una moneta grossa con lega d'argento fatta coniare dal Principe di Bozzolo che « poteva dare occasione a molti di far errore»  avendo tipi simili a quelli dello scudo di Piacenza.

Il nostro autore non conobbe questo falso, ma noi crediamo che sia quello che ora si conserva nel medagliere di Modena e rappresenta l'effigie giovanile di un principe coll'epigrafe OTAVIO. FARLINI. D. G. DVX. V.; al rovescio, una figura militare con vessillo (Sez. II, Tav. IV, n. I).

Rimasero sconosciuti all'Affò alcuni coni dell'Aguani: un ducatone del 1625, due scudi del 1626 e del 1628, un ducatone del 1629. ed uno scudo del 1630. Inoltre, descrivendo la doppia da tre col rovescio delle tre Grazie, l'Affò vi lesse le iniziali di uno « sconosciuto»  coniatore A.C., mentre noi vi leggiamo A. G. (Agostino Aguani), probabilmente le due prime lettere del nome dello zecchiero.

Del Caccialupi abbiamo uno scudo del 1637, un ducatone del 1638 ed un doblone da dieci del 1639. Del Tiseo conserviamo inediti una doppia da quattro ed un quarantano coi soliti tipi. Ignoriamo da quali zecchieri fossero stampati alcuni sesini sfuggiti all'Affò, che portano al diritto arme e leggenda solite di Odoardo e al rovescio la dicitura SESINO DI PARMA, in tre linee, tra aiquanti punti e rosette. Notevole è il divario di peso tra di essi: da grammi 5,97 a grammi 2,02.

All'Affò non fu noto il mezzo ducatone d'argento che Agostino Aguani avrebbe dovuto coniare perché obbligato dal suo contratto: da un lato la moneta mostra il busto del Duca; dall'altro la Vergine che allatta il Bambino; due angioletti librantisi tengono una corona sul capo della Vergine. Si tratta dell'immagine della Madonna della Steccata. Si vedono nell'esergo le iniziali dello zecchiero e l'anno 1626.

Ranuccio II

L'Affò cercò invano il testone dell'unicorno: si vede nel diritto lo stemma contornato dalla leggenda RAN. FAR. PAR. ET. PLA. DVX. V. Nel rovescio, entro un circolo di granitura e alla iscrizione ET. SIBI. ET. ALIIS., un unicorno che scaccia i serpenti da un corso d'acqua. Nel campo, un giglio; nell'esergo, le iniziali di Elia Tiseo (Sez. II, Tav. IV, n. 2).

Rimasero del pari sconosciuti all'Affò un doblone da dieci del 1660 con le iniziali G. G. (Giovanni Gualtieri); due ducatoni doppi del 1660 con le iniziali S. P. (Silvestro Pesci); una moneta da soldi X con le stesse iniziali del Pesci il quale, insieme con Alessandro Rossi, successe al Tiseo nel 1655 e tenne la zecca fino al 1661. Di Salvatore Tiseo, che riaperse la zecca dieci anni dopo, l'Affò non conobbe un doblone da dieci coniato nel 1679.

I BORBONE

Ferdinando di Borbone

Vero restauratore della zecca parmigiana fu Don Ferdinando, quantunque prendesse le redini del governo ancor minorenne. Consigliato dal forte ingegno del ministro Guglielmo Du Tiliot, fu ottimo principe, anche se non ebbe universali gli encomi.

Dopo l'allontanamento del saggio ministro, occorsero nove anni prima che il Duca ricevesse una proposta per la riapertura di quella zecca che « era da gran tempo abbandonata e di cui appena vive la memoria» . Dopo lunghi indugi furono terminate le macchine (1777) che però iniziarono a lavorare soltanto nel 1783, anno in cui il nuovo stabilimento era già stato arricchito degli attrezzi della soppressa zecca di Guastalla.

L'Affò omise alcune monete uscite dal palazzo di S. Francesco nel 1784: la doppia da otto che venne ritirata poco dopo essere stata battuta aveva tipi simili a quella del 1786; la doppia da tre con una variante che ha al diritto l'intera parola HISPANIARVM ed iscrizioni simili a quelle del mezzo ducato; la mezza lira di cui esiste una variante assai diversa da quella del 1785 specialmente per la forma dello stemma.

PARTE II

MEMORIE SULLA ZECCA DI PARMA DAL 1786 AL 1860

Per diversi anni il sistema monetario rimase sostanzialmente inalterato; poche furono anche le varianti dei coni: al settimo di ducato venne sostituito nuovo rovescio fatto di due rami d'ulivo annodati, entro cui stava scritto in cinque linee: LIRE TRE - DI - PARMA - 1790. Nel 1795 si aggiunsero ai lati del nodo le lettere D.G.; queste iniziali furono interpretate nel modo più diverso, ma rimangono tuttora un enigma (Sez. II, Tav. IV, n. 3).

Il 18 dicembre il Duca Don Ferdinando, saputo che circolavano nei suoi Stati monete erose (cioè di rame o di lega in cui abbonda il rame) di cussione forestiera (svizzera, si diceva), di conio perfettamente identico alle nostre, ma di valore intrinseco inferiore, emise un « Provvido Avviso»  il quale ordinava che venisse richiamata alla zecca tutta la moneta erosa nazionale, vecchia e nuova, perché fosse rifusa. Passati tre mesi dalla pubblicazione dell'avviso, sarebbe stata ammessa solo « quella che si sta attualmente coniando, e che viene controdistinta dalle lettere D.G. lateralmente allo stemma posto nelle Lire, mezze Lire, Buttalà, e mezzi Buttalà, e sotto l'Immagine della Beata Vergine nelle così dette Cinquine, le quali invece dello stemma avranno l'iscrizione Soldi cinque di Parma, ad oggetto che dette monete non possano mai confondersi colle proscritte» .

Il giorno 22 marzo 1795 il Governo ordinava che si uniformasse nei Ducati il corso delle monete, abolendo così l'antico e grave sconcio che in questo piccolo Stato le monete avessero corsi diversi. Pubblicava perciò una Tabella di riduzione della Lira di Piacenza a moneta di Parma.

Il Duca volle coniata nello stesso anno una nuova moneta d'argento della stessa bontà del Settimo di ducato, ma di doppio peso, sicché aveva il valore di Lire sei. Essa mostra su una faccia la testa del Duca contornata dalla scritta FERDIN. I. H. I. D. G. PAR. PLA. VAS. DVX.; nel taglio del collo: SILI (Siliprandi); sotto, una piccola stella. Sull'altra è la scritta LIRE - SEI - DI - PARMA - 1795 entro due rami d'ulivo con le lettere D. G. (Sez. II, Tav. IV, n. 4).

Moneta assai rara e singolare è la cosiddetta piastra Turca che fu coniata nella nostra zecca nel 1796 ad imitazione delle piastre del sultano Selim III. Le ricecrche svolte per scoprire i motivi che indussero il Duca a permettere l'Intaglio di questa moneta rimasero praticamente infruttuose. Vediamone la descrizione: al diritto è il Togrà o monogramma del Sultano, il quale suona nella nostra lingua Il Sultano Selim figlio del Sultano Mustafà Chan sempre vittorioso, sotto cui si legge coniata a Istanbul, 1203 (dell'egira, cioè era volgare 1788-89). La leggenda del rovescio viene così tradotta: Il Sultano delle due terre e il Re dei due mari. Il Sultano figlio terzo del Sultano, e un numero indicante il terzo anno di regno che è quello in cui fu coniata la moneta stessa, vale a dire il 1205 dell'egira che corrisponde al 1790-91. Il Cipelli3.1 spiega la discordanza delle date affermando essere uso generale delle zecche turche di notare in una stessa moneta l'anno di ascesa al trono del Sultano e l'anno del conio. La moneta poi non si deve chiamare piastra, bensì Juslich, cioé pezzo da cento parà o piastre due e mezza equivalente a lire italiane 3,52 del tempo. La moneta è di argento basso, di grammi 31,12 e di 44 millimetri di modulo (Sez. II, Tav. IV, n. 5).

Ritengo che il nostro Duca avesse accordato a qualcuno la facoltà di coniare piastre turche per il commercio con l'Oriente; il delegato Toccoli (i due esemplari si trovavano nella raccolta del Marchese Toccoli) certamente dimostrò la poca dignità di una contraffazione di moneta straniera e fece sì che ne fosse sospesa la cussione. Le due prove rimaste non sono identiche: quella che si trova presso il Museo di Parma reca l'anno terzo del regno di Selim, l'altra l'anno secondo.

Piacenza, esaurì il pubblico erario; la zecca fu chiusa nel 1799, battendo un ducato ed una cinquina.

Dopo un regno di 37 anni, Don Ferdinando moriva (9 ottobre 1802) tra il generale compianto.

Dominazione francese

L'annessione dei nostri Ducati alla Francia non ci consente di parlare della nostra zecca, giacché questa rimase a lungo chiusa e negletta. L'amministratore generale francese Moreau de Saint-Méry non alterò il sistema monetario borbonico; ma amò forse troppo il comandare e lo spendere più di quanto non convenisse ad un modesto amministratore. Nonostante si fosse procacciato la stima dei parmigiani, il Moreau fu rimosso da Napoleone e sostituito, agli inizi del 1806, da Ugo Nardon.

Un decreto imperiale del gennaio 1807 stabiliva il rapporto tra la moneta parmigiana ed il franco nella ragione di 4 lire e 1 soldo di Parma per 1 franco; avendo però l'esperienza dimostrato che questo rapporto non era giusto, un altro decreto del novembre 1809 determinava il valore del franco a lire 4, soldi 4, e denari 1.

Il prefetto Nardon fu destituito per accuse mossegli da suoi nemici (15 agosto 1810), e gli successe il barone Dupont-Delporte, il quale tenne il governo del Dipartimento fino alla caduta dell'impero napoleonico.

In tale intervallo non troviamo alcuna disposizione riguardante le monete.

Maria Luigia

L'imperatore d'Austria Francesco I, con notificazione del 5 agosto 1814, costituì un ministero unico nella persona del conte Filippò Magawly-Cerati de Calry, irlandese ma di adozione parmigiano, il quale fino al 1816 si limitò a controllare la circolazione delle monete forestiere; poi iniziò a rivedere la situazione della zecca, soprattutto con l'intenzione di celebrare l'arrivo nei nostri Stati della desiderata Duchessa (19 aprile 1816) con una medaglia, cui doveva seguirne un'altra che servisse come premio per gli artisti vincitori dei concorsi banditi dalla Accademia Ducale.

Il Direttore del Museo di Antichità Pietro de Lama, il meccanico Pietro Amoretti e l'orefice incisore Gian Battista Vighi esaminarono gli attrezzi rimasti della zecca, ma trovarono utilizzabili soltanto i bilanceri e pochi utensili; nonostante questo, il Vighi tentò l'intaglio delle medaglie che tuttavia fallì. Un secondo tentativo fu portato a termine a Firenze dallo scultore Luigi Santarelli, che intagliò la medaglia per l'arrivo di Maria Luigia; il Vighi riuscì a portare a termine in Parma la cussione della medaglia per l'Accademia. Comunque, riconosciuta inadatta la nostra zecca, si deliberò di rivolgersi al Manfredini e all'officina di Milano per il conio delle monete.

Il nostro sistema monetario era assai fluttuante: si accoglievano monete da tutti i Paesi e si volevano ragguagliare a quelle parmigiane; ne derivava un corso abusivo dannosissimo al nostro commercio. Per togliere tale disordine fu emanato un Decreto Sovrano il giorno 22 luglio 1819 in cui si disponeva di porre in corso monete d'oro e d'argento secondo il sistema decimale francese. Furono quindi coniati nella zecca di Milano i seguenti pezzi (Sez. II, Tav. V, nn. 1-7): Lire nuove (o franchi) 40: in oro; diritto: effigie della Duchessa con la leggenda MARIA LUIGIA PRINC. IMP. ARCID. D'AUSTRIA. Sotto, 1815, fra una melagrana ed una tazza, marca della zecca di Milano. Rovescio: armi ducali colla leggenda PER LA GR. DI DIO DUCH. DI PARMA, PIAC. E GUAST. Sotto è inciso il numero 40; nel contorno si legge DIRIGE ME DOMINE.

Lire nuove 20: in oro; del tutto simile alla precedente, ma col numero 20 al rovescio.

Lire nuove 5; Lire nuove 2: in argento; simili alle precedenti, con la sola variante dell'indicazione del valore.

Lira nuova (1 franco): in argento; il diritto è simile ai precedenti, mentre il rovescio reca la scritta PER LA GR. DI DIO D. DI PARMA P.G.; sotto 1 LIRA NUOVA. Nel contorno sono incise delle foglie.

Soldi 10 (centesimi 50); Soldi 5 (centesimi 25): in argento; entrambi mostrano da una parte l'effigie della Duchessa e la data 1815 con la consueta leggenda, dall'altra le lettere ML unite in monogramma, sormontate da una corona ducale e contornate dalla scritta consueta. Variano solo nell'indicazione del valore.

Tutte queste monete furono poste in corso il 5 agosto 1819.

Dovettero passare ben dieci anni perché si prendessero seri provvedimenti intesi a tutelare l'interesse dei sudditi: crescendo continuamente il corso abusivo delle altre monete, il 27 dicembre 1829 fu emanato un Decreto Sovrano cui venne unita una Tariffa delle monete d'oro e d'argento e delle antiche eroso-miste dei Ducati, le quali si dovevano ricevere e spendere dalle casse pubbliche ai prezzi indicati. Data l'importanza, ed il valore riassuntivo di questa Tariffa, riteniamo opportuno trascriverla per esteso.

Denominazioni delle monete Peso Titolo Valore    
  g. mill. L. nuove cent.  
           
Monete d'oro          
           
PARMA          
Doppia 7,141 891 21 92  
I suoi molteplici e spezzati in proporzione          
Pezzo da 20 lire nuove 6,452 900 20 00  
Pezzo da 40 lire nuove 12,903 900 40 00  
           
MONARCHIA AUSTRIACA          
Doppio sovrano vecchio 11,112 918 35 13  
Doppio sovrano nuovo del Regno Lombardo-Veneto 11,332 900 35 13  
Le rispettive metà in proporzione          
Zecchino imperiale 3,491 986 11 86  
Zecchino d'Austria 3,468 986 11 78  
Zecchino d'Ungheria 3,468 990 11 82  
Zecchino di Venezia 3,491 998 12 00  
           
FRANCIA          
Luigi 7,650 899 23 69  
Il doppio in proporzione          
           
OLANDA          
Zecchino 3,468 984 11 75  
           
PIEMONTE          
Doppia di Savoia 9,134 906 28 50  
I suoi molteplici e spezzati in proporzione          
Quadrupla di Genova 25,193 910 78 96  
I suoi spezzati in proporzione          
           
PORTOGALLO          
Doppia 28,680 916 90 48  
Lisbonina 10,569 916 33 34  
Le rispettive metà in proprozione          

 

         
ROMA          

Doppia

5,469 910 17 14  
I suoi molteplici e spezzati in proporzione          
Zecchino 3,417 996 11 72  

 

         
REGNO DELLE DUE SICILIE

Napoli - Oncia di tre ducati dopo il 1818

3,786 996 12 99  
I suoi molteplici in proporzione          
Sicilia - Oncia dopo il 1748 4,381 875 13 20  
           
SPAGNA          
Quadrupla dal 1772 al 1785 26,895 895 82 91  
Quadrupla dopo il 1785 27,045 866 80 67  
I rispettivi spezzati in proporzione          
Pezzetta dal 1785 in avanti 1,734 854 5 10  

 

         
TOSCANA          

Ruspone

10,473 998 36 0  
Zecchino 3,491 998 12 0  

 

         
Monete d'Argento          

 

         
PARMA

Ducato

25,704 902 5 15  
La sua metà in proporzione          
Pezzo da lire 6 7,344 883 1 36  
La metà e quarti in proporzione          
Scudo da lire 5 nuove 25,000 900 5 00  
Pezzo da 2 lire nuove 10,000 900 2 00  
Pezzo da 1 lira nuova 5,000 900 1 00  
Pezzo da 50 centesimi 2,500 900 0 50  
Pezzo da 25 centesimi 1,250 900 0 25  

 

         
MONARCHIA AUSTRIACA          
Tallero d'Austria ed altri di convenzione 28,044 833 5 19  
Scudo vecchio di Milano 23,102 896 4 60  
Crocione detto delle tre corone 29,530 872 5 72  
Scudo nuovo del Regno Lombardo Veneto 25,986 900 5 19  
Le rispettive metà in proporzione          
Pezzi da 20 Carantani, battuti secondo il sistema di Convenzione, esclusi quelli contemplati dal Decreto del ottobre 1817 6,691 583 - 86½  
Lira nuova austriaca 4,331 900 - 86½  
Metà e quarti in proporzione          

 

         
FRANCIA          
Scudo vecchio 29,477 903 5 92  

 

         
PIEMONTE          
Scudo di Savoia 35,164 904 7 06  
Scudo di Genova 33,280 886 6 55  
I rispettivi spezzati in proporzione          

ROMA

         
Scudo della Madonna col motto Libertas-Libertas 29,000 847 5 46  
Scudo col motto Auxilium de sancto del 1780 26,238 875 5 10  
Le rispettive metà in proporzione          
           
NAPOLI          
Scudo da 120 grani 27,566 833 5 10  
La sua metà in proporzione          

 

         
SPAGNA          
Pezza ossia colonnato vecchio e nuovo 26,928 896 5 36  
La sua metà e quarti in proporzione          

 

         
TOSCANA          
Francescone o Pisis 27,230 913 5 52  

 

         
MODENA          
Scudo di Francesco III 27,693 861 5 30  
Scudo di Ercole III 27,693 910 5 60  
I suoi spezzati in proporzione          

 

         
Antica moneta eroso-mista de' Ducati          
           

Pezzo da 20 soldi

    - 20  
Pezzo da 10 soldi     - 10  
Pezzo da 5 soldi     - 05  
      - 12  
Pezzo da 6 soldi     - 06  

         

NOTA - La moneta decimale di Francia, quella dell'ex Regno d'Italia e quella del Piemonte, che ha peso e titolo eguali alla moneta nuova di Parma, sarà come questa ammessa alle casse pubbliche.

La diminuzione portata dalla Tariffa al valore della moneta eroso-mista, fece sì che essa uscisse dallo Stato perché nei paesi vicini correva a più alti prezzi, ed intanto qui mancava con danno del commercio minuto. Per riparare a ciò, in data 1 ottobre 1830, un Sovrano Decreto avvisava che verrebbero posti in corso pezzi da 1, da 3 e da 5 centesimi di puro rame. Su una faccia di questi pezzi sono le armi della Duchessa (senza il padiglione ed il Collare di Gran Maestro dell'Ordine Costantiniano di S. Giorgio) con intorno la leggenda MARIA LUIGIA ARCID. D'AUSTRIA; sull'altra vi è il valore di ciascun pezzo contornato dalla leggenda DUCHESSA DI PARMA PIACENZA E GUASTALLA (Sez. II, Tav. V, nn. 8-10).

Contemporaneamente furono riconiati nella zecca di Milano pezzi da 50 e 25 centesimi simili agli altri già noti, tranne che erano segnati coll'anno 1830.

Qui debbo ricordare una disposizione attuata dall'augusta Sovrana nel 1832, la quale ebbe lode da molti e biasimo da non pochi. Il colera aveva già invaso l'Europa orientale e minacciava le nostre contrade. Maria Luigia, desiderando venire in soccorso con i propri averi alle finanze dello Stato non ancora risanate, e volendo in qualche modo fronteggiare le spese necessarie per impedire la diffusione di quel terribile contagio, diede ordine che venisse fusa la splendida toeletta d'oro e d'argento che Parigi aveva donata alla sua Imperatrice in occasione della nascita del Re di Roma. Quel magnifico lavoro di oreficeria fu spedito alla zecca da Milano, venne fuso, e permise il conio di 1009 pezzi d'oro a 20 lire nuove, e 20.796 pezzi in argento da lire 5. Non vi fu alcuna innovazione nei coni tranne l'indicazione dell'anno 1832. Fu lodata tale disposizione da chi scorgeva in essa la grande generosità della Sovrana; fu biasimata perché il valore del capolavoro distrutto era troppo superiore alla somma ricavata.

Tutte le monete man mano che erano messe in corso continuavano a scomparire, venendo cambiate dai banchieri con monete estere di minor titolo e valore; i privati continuavano le loro contrattazioni in lire vecchie, ed il corso abusivo era salito talmente che il pezzo da 20 lire si calcolò a 21. Il pubblico, incoraggiato dall'arbitrio concessogli, portò negli scambi privati il valore della lira vecchia a centesimi 22 (anziché 20), senza che il Governo si opponesse, ben sapendo che tale era il valore della nostra lira negli Stati vicini.

Verso il 1842 il pezzo da lire 20 era portato a lire 22,20; questo stato di cose durava ancora sul finire dello splendido e mite governo di questa generosa e benefica Principessa, che cessò di vivere addì 17 dicembre 1847.

Seconda dominazione borbonica

Successo Carlo Lodovico di Borbone, già Duca di Lucca, col nome di Carlo II, si aperse per Parma un periodo travagliatissimo di cui non mette qui conto di occuparsi diffusamente.

In seguito all'abdicazione di Carlo II (14 marzo 1849) in favore dell'unico figlio Ferdinando, questi fece il suo ingresso in Parma il 26 agosto 1849 con il nome di Carlo III. Tornata una calma politica apparente, la Camera di Commercio tentò di nuovo di frenare il corso abusivo, ma nel 1850 il pezzo da lire 20 si spendeva per lire 23 e 20 centesimi. Occorre giungere all'ordinanza del Ministro delle Finanze, in data 6 marzo 1851. comminante pene severissime ai trasgressori, perché il corso abusivo non solo si arrestasse, ma retrocedesse gradatamente. Intanto Carlo III meditava di riaprire la nostra zecca e progettava personalmente i rovesci delle monete che, pur secondo il sistema decimale, intendeva coniare prendendo per modello conì medioevali. Il Duca dava cosi commissione all'egregio artista piacentino Donnino Bentelli di preparare gli utensili mancanti e di riparare quelli esistenti. Lo stesso Bentelli fu l'intagliatore delle monete di rame, cioè dei pezzi da centesimi 5, centesimi 3, 1 centesimo che dovevano essere dello stesso peso, modulo e modello di quelli di Maria Luigia: al diritto la testa del Duca contornata dalle parole CARLO III INFANTE DI SPAGNA; sotto, 1854; al rovescio: arme borbonica semplificata (tre gigli borbonici d'oro male ordinati) fregiata del Toson d'oro e sormontata dalla corona, con intorno DUCA DI PARMA PIACENZA ECC. Sotto è indicato il valore di ogni moneta (Sez. II, Tav. VI, nn. 1-3).

Il Bentelli cominciò a incidere il punzone di un pezzo da cinque lire che doveva rappresentare il Duca a cavallo, ma l'assassinio di Carlo III (26 marzo 1854) impedì il compimento dell'opera.

Appena spirato il Duca (27 marzo), la moglie di lui, Luisa Maria, prese le redini del governo come Reggente per il minorenne primogenito Roberto I. Ridusse al minimo le spese di Corte, abolì cariche superflue e non gradite ai sudditi ed ordinò al nuovo Ministro delle Finanze Antonio Lombardini di trovare ogni mezzo per risanare l'economia dello Stato che l'energico Carlo III aveva gravemente manomessa soprattutto per le forti spese militari.

Il governo della Reggente, disturbato gravemente dalla stolta ribellione tentata da pochi il 22 luglio 1854, soltanto dopo alcuni anni pensò di coniare nuova moneta ed iniziò per questo alcune pratiche con la zecca di Genova; fallite le trattative, la Duchessa decise di rimettere in funzione la zecca parmigiana, rimasta squallida e muta per oltre un mezzo secolo. Il bravo Bentelli elaborò il bel conio di uno scudo da lire 5 che porta al diritto i busti accollati del Duchino Roberto sovrapposto a quello di Luisa Maria con intorno la leggenda ROBERTO I. D. PAR. PIAC. ECC. E. LUISA MAR. DI BORB. REGG. ed un piccolo giglio. Sotto il busto del Duca, il nome dell'incisore D. BENTELLI. Al rovescio, lo stemma ducale borbonico completo, fregiato dei tre ordini del Toson d'oro, dell'Ordine Costantiniano e dell'Ordine al merito civile di S. Lodovico, con le parole in giro LIRE CINQUE; sotto, 18.57 (Sez. II, Tav. VI, n. 4). La prova non piacque e ne rimasero pochissimi coni; per incarico del Ministro delle Finanze il Bentelli preparò il nuovo conio del Robertino che, a differenza del primo, ha l'anno 1858 sotto i due busti e, al rovescio, ha intorno allo stemma il motto del defunto Carlo III DEUS ET DIES; sotto lo stemma si pose l'indicazione del valore (Sez. II, Tav. VI, n. 5). Di questa moneta furono coniati soltanto 470 pezzi i quali vennero donati dalla Reggente a personaggi cospicui o regalati dal Ministro Lombardini ad amici; praticamente, il Robertino perciò non ebbe corso.

Il Ministro Lombardini l'anno successivo diede ordine al Bentelli di trarre diverse prove da quei coni per le monete da 5, 3, ed 1 centesimo (v. Sez. II, Tav. VI, nn. 1-3), che l'uccisione del Duca aveva fatto dimenticare; agli inizi del 1859 vennero coniati circa 20 esemplari di ciascun tipo, che sono ora dispersi in altrettante collezioni private, tranne una copia che si conserva nel Medagliere di Parma.

La nostra più che millenaria zecca, con quest'ultima cussione straordinaria di monete, cessa definitivamente la sua attività.

Soltanto il 2 giugno 1861 un ultimo punzone, inciso dal Bentelli, esce, senza permesso del Governo, dalla nostra zecca; ed è una medaglia celebrativa della proclamazione del Regno d'Italia.



Note:

... P.S.2.1
Secondo l'Affò potrebbe trattarsi di uno sconosciuto P. Scajoli, parente dello zecchiero precedente Lelio Scajoli; potrebbe invece trattarsi di tale Paolo Scarpa che fu zecchiero sotto Ranuccio I.
... Cipelli3.1
Don Luigi Cipelli: Una moneta turca coniata nella zecca di Parma; Parma, 1868.



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